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10/04/2010
Quella sera decise, semplicemente, di cancellarlo. Aspettò di essere da sola, poi, dall’armadietto dove teneva le borse prese la scatola dove aveva raccolto fotografie e lettere e cartoline e biglietti del cinema e scontrini di ristoranti e mille altre cose. In silenzio, e stringendo i denti senza volerlo, si mise a stracciare tutto, in pezzetti piccoli che non lasciassero più nulla di ricostruibile, né il volto né la data della cena nè il negozio dove lui le aveva regalato quel portafogli che poi le avevano rubato sul vaporetto tra Chioggia e Venezia. Dopo un tempo indefinito ma lungo, con le dita ormai doloranti si fermò a guardare la montagna di coriandoli che occupava tre piastrelle del pavimento della sala. Si sentì soddisfatta; si alzò, andò in bagno per risciacquarsi la faccia, si fermò sulla soglia della camera da letto per ascoltare il respiro regolare dell’uomo che ogni tanto veniva a trovarla e che ora dormiva nel suo letto, tornò a sedersi sul divano. Guardò nuovamente i pezzetti di carta, e si rese conto di non aver solamente distrutto lui, ma anche se stessa. Sorrise, si sdraiò sul divano, e si addormentò.
09/04/2010
Ogni giorno sono costretto a compiere una serie di scelte su cosa è bene o importante o divertente, e poi devo convivere con l’esclusione di tutte le altre possibilità che quelle scelte mi precludono. E comincio a capire che verrà un momento in cui le mie scelte si restringeranno e quindi le preclusioni si moltiplicheranno in maniera esponenziale finché arriverò a un qualche punto di qualche ramo di tutta la sontuosa complessità ramificata della mia vita in cui mi ritroverò rinchiuso e quasi incollato su un unico sentiero e il tempo mi lancerà a tutta velocità attraverso vari stadi di immobilismo e atrofia e decadenza finché non sprofonderò per tre volte, tante battaglie per niente, trascinato dal tempo. È terribile. Ma dal momento che saranno proprio le mie scelte a immobilizzarmi, sembra inevitabile, se voglio diventare maturo, fare delle scelte, avere rimpianti per le scelte non fatte e cercare di convivere con essi.
Uno ha due, tre scrittori nel cuore e del cuore. Per me, uno di questi è David Foster Wallace; e oggi la Paolina ha finito di leggere “Una cosa divertente che non farò mai più”, e se volete sapere – o ricordare – come scrive un genio immenso andate a leggere le cinque frasi che ha raccolto.
E’ solo quando esci dall’orbita, dall’inerzia survoltata della città-metropoli, quando cedi all’impulso del “voglio scendere” e passi una serata un po’ fuori dal tempo, mescolato ad amici, liceali e assessori improbabili, ascoltando di Kant e Spinoza invece che di Travaglio e Berlusconi, solo allora ti rendi conto di quanto vivi in un Truman Show.
Paolo Landi su Friendfeed, parlando di questa cosa magnifica alla quale eravamo presenti ieri sera, per ascoltare quest’ometto qui.
Alle otto della sera il paese sembra fermo come in un romanzo di Marquez. Una donna affacciata al balcone fuma una sigaretta guardandoci mentre scendiamo dalla macchina; quattro uomini giocano a carte, all’aperto, sfruttando gli ultimi minuti di luce naturale. Percorriamo la via che porta alla piazza della chiesa. La statale taglia in due l’abitato, ma c’è poco traffico, per l’orario e per l’autostrada che a pochi chilometri si porta via camion e automobili che un tempo salivano e scendevano per l’antica strada romana. Attraversiamo la piazza vuota, la punta del campanile prende un ultimo raggio di sole, c’è una stella cometa spenta appesa sopra un arco di mattoni e l’acqua ferma della fontana del monumento ai caduti. Cerchiamo un bar per un caffè, o una birra, e veniamo trafitti da un profumo pungente e inatteso. Ci guardiamo intorno, vediamo un cespuglio di mimose, rifacciamo il giro della piazza. Si sentono solo le nostre parole. Fa caldo, ma non troppo. Fa fresco, ma non troppo. Guardando in fondo alla statale sembra di vedere la primavera.
07/04/2010
Ci muoviamo lungo la via cercando di rallentare il passo, come a imporci – senza dircelo – un quarto d’ora di calma. Guardiamo la città con occhi diversi, chi trovando i suoi ricordi in mezzo ai negozi etnici e alle panetterie in franchising, chi scoprendo un luogo che solo pochi mesi fa non immaginava che esistesse – che potesse esistere. Sembra una sera estiva, una sera di vacanza nella quale il palmare può essere guardato dieci volte invece che cinquanta o cento, nella quale si può anche stare un po’ zitti o parlare di nulla. Indichiamo insegne, guardiamo vetrine di librerie. Mentre torniamo verso il parcheggio ci fermiamo sul marciapiede opposto a uno slargo della via: di là stanno le panchine, e una manciata di piante, e un gruppo di bambini che alle dieci di sera gioca a rincorrersi e si assiepa intorno a un uomo che porta un cane a passeggio; c’è la ragazzina con gli occhi stirati da orientale, e il bulletto so-tutto-io, e il resto della banda. E’ un paesino di cento metri quadri, chiuso tra palazzi di cinque piani e fermate di metropolitana e locali per gente come noi, che osserviamo la scena sorridendo. Il cane e il suo padrone continuano la passeggiata serale, i bambini sciamano via prima di essere richiamati in casa, noi torniamo verso la macchina, per dieci minuti via da qui, via anche da noi stessi.
06/04/2010
Non ti piacerà, dice, è roba da femmine. No, guarda, non è mica quello. Prendi questo like, per dire. Scrive un maschio, glielo dà un maschio. Mica è quello, te l’ho detto. E’ che duecento righe di immagini ricercate sono un po’ troppe. E siccome alla fine qui siam tutti degli impressionisti de noantri, almeno un po’ di sintesi.
04/04/2010
Non voglio che mi vedi in faccia, bastardo. Non perché io sia un coniglio che non ha il coraggio delle sue azioni. E’ che non conta. Conta quello che hai fatto tu. E tu lo sai cos’hai fatto. O forse no, e allora significa che sei troppo idiota, e ti meriti tutti i calci nello stomaco che ti sto tirando. Piccolo stupido presuntuoso coglione, che eri lì che camminavi tranquillo per andare a prendere la macchina, le tue cazzo di cuffiette infilate in quelle orecchie da stronzo, chissà che musica di merda stavi ascoltando. Cristo, che gusto darti il primo pugno, quello che ti ha spappolato il setto nasale. E sentire il rumore del secondo pugno, quello sull’occhio. Non hai capito un cazzo di quel che stava succedendo, non lo stai capendo neanche adesso. E i calci, senza dirti una parola. Vedi solo le mie scarpe, delle normalissime Nike Air. Niente di particolarmente duro, ma neanche le tue costole lo sono. Prendo la mira, con la punta ti sfondo una guancia. I denti, cazzo stai sputando i denti e il sangue della lingua rotta, proprio come nei film. Dio come mi sento bene. Adesso vado, vado a farmi una birra. Ciao, coglione.
Oggi risorge, dicono. Che prima si è fatto mettere in croce, hai presente Jesus Christ Superstar, no? E non lo so, il fatto è che non per tutti funziona così: dedicarsi agli altri quando si è nella peggior situazione possibile, caricare su di sé le pene altrui quando tutto ciò che si desidera è che qualcuno si prenda le tue – ma quella troia della fatina con la sua bacchetta magica non c’è mai, quando serve. E’ che se di natura sei così allora c’è poco da fare, questo è quel che ti tocca – no, non la croce e i chiodi: il resto, diciamo. Però lui al terzo giorno è risorto, così è scritto; e boh, hai visto mai.
03/04/2010
Adoro farmi ipnotizzare dallo snooker in tv. Perché assomiglia molto alla vita: a volte perdi una mano, o non entri mai in partita, e devi stare lì seduto a vedere l’altro che ripulisce il tavolo. Facendo anche la faccia fredda, o disinvolta, davanti alla telecamera. E poi stringere la mano, fingendo che “tanto era solo un gioco”.
Marta Cagnola, su Facebook
Lavarsi e vestirsi anche se non ce n’é bisogno, riordinare carte, riprendere a scrivere una storia in attesa che ne arrivi un’altra, stendere il bucato, leggere le notizie e non i fatti degli altri, dare un buongiorno. Provarci.
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