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16/06/2010
Non so, forse ho bevuto troppo. Ma sono qui, 135 W 56th Street, a guardare questo grattacielo. Che va su, su, su. Leggero, nero, sottile. Una cosa che – penso – tutti dovrebbero vedere. Ma so anche che gli occhi di ciascuno sono diversi, e so che se tu, lettore, un giorno passerai qui non vedrai la stessa cosa – non vedrai il tramonto in fondo alla 56a, là dove c’è il fiume e il New Jersey, e se la vedrai sarà diversa, sarà una cosa tua e solo tua. Ma spero che tu possa provare lo stesso struggimento sereno, la stessa breve ma infinita e intensa gioia di essere vivo nel vedere tutto questo, nell’essere qui e ora, nel sentirti non al centro del mondo ma nel mondo, come se tutto il mondo fosse qui adesso in questi riflessi, in questo fumo che esce dai tombini, in questi alberi verdi che si vedono in lontananza, in questi taxi gialli che corrono, in questa gente che esce dagli uffici o che va a teatro, come se valesse la pena vivere per il solo fatto di essere qui, adesso, a guardare un palazzo alto duecento metri che entra nel blu del cielo, come se là in cima ci fossi tu e nulla di più potesse essere detto né pensato, né vissuto.
14/06/2010
Mi fermo davanti a una panchina di Central Park, poco distante dal ballground. Guardo la targhetta fissata in alto, a sinistra. This bench is dedicated to Ellen – together forever. Mi immagino una di queste coppie, di quelle che si vedono qui al parco, che camminano tenendosi per mano, che si parlano tenendo una bottiglietta di acqua o di Diet Coke, la polo bianca e i capelli argentati, compagni di liceo e poi sposi, due figli, cinque nipoti, la prima Buick, la crisi petrolifera, un nuovo lavoro, tre traslochi, la domenica mattina passata a passeggiare al parco, l’enfisema di lui, il tumore di lei, Sinatra e Barbra Streisand, resistere resistere resistere, e together forever per davvero e una targhetta di metallo su una panchina che ti ricorda che le cose stanno a te, a scegliere la persona giusta, a tenere botta, a seminare bene per provare a raccogliere altrettanto.
Cammino per Harlem guardando le brownstones, i parrucchieri, gli anziani eleganti con le scarpe bicolori lucide e splendenti, le perline che adornano i capelli di una donna seduta all’angolo della Centoventicinquesima, le bancarelle di profumi e di cd masterizzati – Motown Selection Vol. One – le sneakers appese a un palo della luce, due ragazzini che sfrecciano su skateboard più grandi di loro. A un certo punto sento una voce di uomo venire da un edificio, mi fermo, mi guardo intorno, e capisco che quella è la voce del pastore della Canaan Baptist Church of Christ che sta predicando, sento le sue parole e sento la gente che risponde, e sento musica. Mi fermo, entro timidamente, siamo quattro o cinque europei, ci fermiamo all’ingresso senza sapere bene cosa fare fino a quando ci fanno cenno di lasciare giù i nostri zaini e le nostre macchine fotografiche e di entrare, ed entriamo, e ci sono persone bellissime ed elegantissime, le donne vestite di bianco e gli uomini di nero e hanno tutti i guanti, e queste persone ci fanno accomodare nei banchi, dove noi siamo con le nostre t-shirt e i nostri jeans sdruciti e i fedeli invece sono vestiti di tutto punto, sono vestiti da festa perché questa è una festa, e le donne hanno questi cappelli stupendi di ogni forma e dimensione, e gli uomini hanno i loro completi con le cravatte annodate strette, ed è tutto già visto in un milione di film, ed è tutto già sentito in un milione di dischi, ma poi quando i ragazzi del coro – e saranno quasi cinquanta – iniziano a cantare “I’m a believer” e la musica è pianoforte batteria chitarra, e si riempie tutto di suoni, e la gente si alza e batte le mani, là sulla sinistra c’è una coppia, saranno marito e moglie e non hanno meno di settantacinque anni ciascuno e sono in piedi e ondeggiano a ritmo che uno pensa ai nostri concerti e pare tutto finto perché questa gente ha la musica dentro, dentro da mille anni, e tutto cresce che ti vengono le lacrime agli occhi perché hai la sensazione che facendoti entrare ti abbiano fatto un regalo, il regalo di una mezz’ora di trasporto e bellezza ed emozione, di cose che per un po’ ti fanno sentire migliore di quel che sei per davvero, di cose che ti rendi conto non sono folklore per i turisti ma sono vita – anche se la vita della domenica – e poi il pastore riprende a parlare e c’è chi risponde “Yes, man” e chi “Oh Lord” e tu vorresti soltanto alzarti e abbracciare qualcuno, qualcuno a caso – una delle donne vestite di bianco che fanno accoglienza, quell’uomo là in fondo che sembra il poliziotto anziano di Cold Case – e dirgli grazie, grazie e basta, e poi finisce, esci, cammini cinque minuti e sei davanti all’Apollo Theatre, a millemila chilometri da casa e ti senti tanto, tanto lontano, da tutto e da tutti.
Alle nove del mattino di una qualsiasi domenica di giugno Central Park è la gente che corre, quella che gioca a baseball nei ballground, quella che porta ogni razza di cane conosciuta a passeggio, quella che pattina, quella che cammina, quella che si sdraia a prendere il sole già caldo, quella che il mattino ha l’oro in bocca, quella che apple cinnamon, quella che insegna ai bambini a pescare, quella che gira intorno al Reservoir, quella che gioca a croquet sotto lo sguardo basito dei curiosi, quella che legge, quella che si bacia, alle nove del mattino di una qualsiasi domenica di giugno Central Park è il verde immenso e in lontananza i grattacieli, e le fontane e i rumori attutiti come in una pausa, come per prendere fiato e provarci ancora, fra un minuto, fra un giorno, fra un mese, chissà.
13/06/2010
Alle tre del pomeriggio entro in MacDougal Street, per andare a sedermi al Caffè Reggio, che è il solo pezzo d’Italia all’estero che mi piace frequentare quando viaggio. Ed è come stare a Milano, o a Londra, o a Madrid, in uno qualsiasi dei posti dove mi sono trovato mentre le televisioni facevano vedere una partita importante, il Village è tutto qui a gridare “iu-es-ei, iu-es-ei” e le ragazze hanno le bandierine, e tutti hanno una birra in mano, e tutti ruggiscono “c’m on”, e tutti trattengono il fiato quando Rooney tira verso la porta americana e tutti spingono la loro squadra quando lancia un contropiede. Rinuncio al Caffè Reggio, mi butto nella bolgia di un paio di locali, a sudare insieme agli indigeni che però ridono e scherzano con quella manciata di pazzi incoscienti che vestono le magliette della nazionale inglese e hanno cantato God Save the Queen, passo più tempo a guardare le facce dei tifosi del Village che i giocatori in campo, mi diverto come un bambino anche quando una ragazza mi ficca inavvertitamente la punta della bandierina nel dorso della mano presa dall’ansia di un cross inglese nell’area di rigore americana, mi pare di stare in uno di quegli spot di Nike o Adidas, quelli che fanno vedere il mondo sorridente e unito dal pallone, dal gioco del pallone, penso che a volte la pubblicità ci azzecca, ordino una pinta di Sam Adams.
Dicono che cento milioni di americani hanno almeno un progenitore passato qui, da Ellis Island. Mi chiedo come sono, questi cento milioni di persone: come sembrano, che faccia hanno, se appaiono come ci appaiono sempre quando li vediamo camminare davanti al Colosseo o agli Uffizi, inequivocabilmente americani, sovrappeso, col sorriso ottimista, le scarpe grosse. Ci penso, guardando le grandi fotografie che stanno qui, al terzo piano di questa specie di maniero che fungeva da principale porta di ingresso negli Stati Uniti per il resto del mondo che scappava da guerre e povertà e malattie per provare a farsi o rifarsi una vita nella Land of Hope and Glory. Penso che a quei tempi, un secolo fa, tutto – lineamenti, espressioni, vestiti – diceva chi eri e da dove venivi. La ragazza svedese, la domestica rumena, l’adolescente algerino, il soldato greco, il pittore tedesco, Anna Scicchitano con le tre figlie che attraversano l’oceano in terza classe per ricongiungersi con un marito quasi dimenticato e un padre mai conosciuto che lavora in uno sperduto paesino della Pennsylvania. Oggi siamo tutti implacabilmente simili – non uguali, ma simili – noi qui che guardiamo queste foto, diversi solo per il taglio degli occhi e il colore della pelle, e uguali per tutto il resto, le Nike e Gap e la musica indie, e chissà cosa ne pensano Anna e il soldato greco e la domestica rumena, guardando la propria discendenza da dove si trovano adesso, qualunque posto sia.
Risalgo da Battery Park, passo da Wall Street senza andare a guardare il buco delle Torri, giro Chinatown, poi mi chiedo com’è adesso Little Italy. La Bowery è tutta un ideogramma, stringo verso il centro cercando qualche bandiera o qualche cognome italiano. Nulla, o quasi. Fino a Mulberry Street, dove trovo gli striscioni “Welcome to Little Italy” per accorgermi che questa oggi non è che una teoria di ristoranti che offrono tutti gli stessi piatti agli stessi prezzi. Nient’altro, solo ristoranti, come se questo – il cibo – fosse l’unica cosa che la comunità italiana possa dare a questa città. Ovviamente non è così, lo so anch’io – ma mi prende una specie di tristezza che mi porta a sedermi al bancone del Mulberry Street Bar, che è l’unico locale che – anche se porta in vetrina le foto della nazionale di calcio – non fa dell’italianità una bandiera. Fuori tutti propongono le Fettuccine alla Alfredo, e diosolosa cosa sono. Qui la Peroni scompare fra Miller e Brooklyn Lager, e pare già una conquista.
Cammino per gli otto isolati della High Line seguendo le piante e i binari della vecchia linea ferroviaria, costruita sopraelevata per evitare lo stillicidio di incidenti mortali che i treni causavano muovendosi nel traffico del Meatpacking District. Ci sono il caldo sopportabile del tardo pomeriggio, il sole che si abbassa sull’Hudson, le ragazze vestite leggere che iniziano ad affollare i locali dove una volta si macellavano i vitelli e oggi si bevono cocktail. Incrocio due suonatori di sassofono, un ragazzo seduto all’indiana che prova un arpeggio alla chitarra mentre la fidanzata lo guarda e risponde al telefono, un uomo che imbraccia un trombone. Dalle parti della Diciottesima vedo arrivare una ragazza alta e magra, che pare presa da un quadro del Botticelli, i capelli rossicci, un vestito semplice e lungo, dei lineamenti che la farebbero dire irlandese. Regge una piccola arpa, e la suona mentre cammina, e mentre suona si accompagna con la voce, e mentre canta sorride come se il mondo fosse fatto giusto dalle sue labbra, dal sole e dall’arpa. All’incrocio con la Decima Avenue i taxi scattano a cercare clienti.
12/06/2010
Siamo in coda sulla Van Wyck Expressway, in questo pomeriggio caldo che ci porta a Manhattan – ognuno al suo albergo, ognuno pronto a stupirsi, per la prima o per l’ennesima volta, di fronte allo spettacolo straordinario dello skyline dell’isola, un milione di macchine in un senso e un milione nell’altro, e i cartelli pubblicitari di una qualche organizzazione filantropica che mostrano le facce di Denzel Washington e Shaquille O’Neal da bambini. All’altezza dell’uscita per Van Dam Avenue c’è una chiesa di mattoni rossi, che resta a dividere l’autostrada da un quartiere di abitazioni basse. Mi chiedo chi la frequenta, e se il prete deve alzare la voce per farsi sentire dai fedeli mentre predica, vincendo il sottofondo del traffico costante. Non so perché, mi sembra un McDrive, Spirito Santo senza scendere dalla macchina, senza staccare le mani dal volante. Non qui, ma sono sicuro che da qualche parte c’è.
10/06/2010
[Le cose che vengono in mente un giorno prima di vedere un paio di amici su West Broadway]
Faccio questo lavoro da tanto tempo – a volte penso persino troppo, ma questo non importa – e alla fine si è creata questa specie di compagnia di giro, Arnaud e Stephan e Marta e Jessica e Per e Susan, e aspettiamo Tina dopo la maternità che ormai son due anni o forse tre che non ci vediamo, e ci vediamo sempre in giro per fiere e conferenze, come se fossimo in campo neutro che alla sera si va a cena e poi ognuno ritorna alla propria camera d’albergo. Ma a volte capita che si finisce a Rottweil, oppure a San Diego, o a Madrid, o a Milano, che ci si trova a casa di uno di noi, dove casa non è il salotto con il televisore e il mobile degli alcoolici, ma è il proprio microcosmo, è la Schramberger Strasse che scende fino allo svincolo per l’autostrada con le macchine parcheggiate precise a spina di pesce, è Balboa Park dove te ne stai sul ponte di pietra a guardare gli aerei che scendono e a un certo punto sono tutt’uno con lo skyline dei grattacieli e là in fondo c’è l’oceano, è Plaza Mayor dove ti siedi a guardare la gente che sciama e poi si ferma a guardare i mimi truccati di tutto punto, è un portone di Via Verdi che si apre e fa intravvedere un giardino interno di solito nascosto agli occhi dei passanti – è casa, la casa di uno di noi che la fa vedere agli altri accorgendosi che sì, c’è qualche crepa nei muri e a volte quelli del piano di sotto tengono la musica troppo alta, ma in fondo viverci non è così male, ché casa è qualcosa di più e di diverso dal posto dove si abita, casa siamo noi.
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