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La vita non è quella che si è vissuta, ma quella che si ricorda e come la si ricorda per raccontarla.
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    22/10/2009

    Greetings from Tijuana – Tre ore

    Filed under: — JE6 @ 03:23

    Salgo sul trolley che collega San Diego al confine messicano con una certa titubanza. Tutti coloro ai quali ho detto che stavo pensando di farci un salto nelle poche ore disponibili prima di prendere il volo di ritorno hanno scosso la testa, dalla concierge dell’albergo (“Are you sure Sir? There are so many shootings there everyday”) alla mia amica Jessica che vive qui da tanti anni (“I think I’ve been there two times, always hit and run”), passando per tutti coloro che mi invitavano ad andare piuttosto a La Jolla o perfino nell’orripilantemente turistica Old Town. Il Metropolitan Transit Authority Officer F. Beltran, al quale ho chiesto conferma che il treno che stavo prendendo fosse quello giusto, ha ammiccato e mi ha chiesto se andavo a Tijuana a cercar ragazze, e mi è sembrato sinceramente stupito – e fors’anche un po’ addolorato – nel ricevere un diniego, al quale ha fatto seguire una serie di consigli su dove andare nel caso avessi cambiato idea.
    Arrivo al confine pensando che forse davvero tutto il mondo è paese, che la sensazione che si ha uscendo da San Diego e passando per Barrio Logan e la base navale USA e Palomar Street fino a San Ysidro è la stessa che si prova uscendo dal centro di Parigi e attraversando la banlieue – come fare surf sui cerchi concentrici della ricchezza e della bellezza che vanno spegnendosi allontanandosi da downtown. Percorro qualche centinaio di metri, e Tijuana e il Messico sono esattamente quelli che mi aspettavo e conoscevo: i marines dalla faccia olivastra a curare il confine pedonale, il cielo azzurro, il rumore di fondo di un milione di automobili e soprattutto di enormi pullman del trasporto pubblico in perenne movimento. Vedo centinaia – letteralmente centinaia – di “Clinicas dentales”, con insegne che mostrano bocche sfasciate  da qualsiasi tipo di storpiamento dentale ricostruite dalle abili mani degli odontotecnici messicani. Vedo altrettante centinaia – letteralmente centinaia – di “Farmacias” dove si possono comprare gli equivalenti di Viagra e Tramadol e Cialis e Amoxicillina e qualsiasi altra medicina possa venire in mente con uno sconto del 40% rispetto alle tariffe americane. Insomma, Tijuana è l’hard discount dei ricchi gringos della Southern California. Lo è anche per l’alcool: una bottiglia di birra a novantanove centesimi di dollaro americano, tre a due dollari e cinquanta – più tardi mi fermerò in un bar e prenderò due margarita, una birra, nachos e tacos de chorizo a sei dollari e trenta. A Tijuana vivono un milione e mezzo di persone, dal confine passano ogni anno sessantaquattro milioni di umani (rendendolo, così si dice, il più trafficato confine del mondo): e sono tutti in strada; tutti, dal primo all’ultimo. Ho come il vago ricordo di Marrakech, di un fluire costante e implacabile di uomini, donne e bambini dall’aspetto assolutamente identico a quello dell’iconografia con la quale siamo cresciuti – i baffi a manubrio, i seni grandi e sodi, gli occhi spalancati – il profumo delle carni cotte e vendute dai banchi degli ambulanti, i suonatori che arrivano dalle vie laterali con le loro chitarre a tracolla pronti per intrattenere gli avventori dei bar e dei ristoranti, i poliziotti dall’aria truce, le insegne che invitano all’acquisto o all’affitto degli abiti per la prima comunione o per il battesimo, i negozi con cinquecento marche diverse di tequila, i millemila cavi che portano corrente da generatori improbabili a utilizzatori ancora più improbabili, i sombreri, le poltroncine sfasciate sulle quali siedono venditori annoiati, le rivendite di articoli religiosi mischiati ai teschi del Dìa de los Muertos, i lustrascarpe – quelli con i baracchini fissi e quelli ambulanti, e uno verrà a offrirsi di lucidare le mie Converse gialle lasciandomi tanto sorpreso per l’incongruità della richiesta da farmi quasi dire di sì. Insomma, è tutto “as seen on tv”, e non dirò che la cosa mi dispiace: è così, e basta. Faccio la mia mezz’ora di coda per il rientro pedonale negli USA, realizzo di non aver mai avuto né paura né disagio in queste tre ore messicane. Ma sono tre ore, sono niente.