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La vita non è quella che si è vissuta, ma quella che si ricorda e come la si ricorda per raccontarla.
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    24/04/2007

    Greetings from Madrid ‘07 – 4. Atocha

    Filed under: — JE6 @ 23:00

    La stazione di Atocha è grande grosso modo quanto l’aeroporto di Bergamo. Qualche stazione grossa l’ho vista – Basilea, la Grand Station di New York, King’s Cross e Victoria a Londra – e questa non sfigura di certo: un piano per le partenze, un piano per gli arrivi. La gente ci va per prendere il treno, per andare ad accogliere parenti e amici; ma ci va, sembra, anche per stare nel luogo stesso, senza altri motivi se non quello di goderselo, di godersi il giardino di palme e piante esotiche che sta al piano terra, le tartarughe, le ninfee e gli uccellini, i bar e i ristoranti. E’ un bel posto, la stazione di Atocha. Ai binari delle partenze si accede passando attraverso i metal detector, come quelli degli aeroporti: tre anni fa qui sono morte 191 persone, uccise dalle bombe dei terroristi. Atocha continua ad essere un bel posto.

    Greetings from Madrid ‘07 – 3. Uniformi

    Filed under: — JE6 @ 22:49

    Lascio il Bernabeu, e mi incammino lungo il Paseo de la Castellana andando verso Plaza Castilla, quella dei due grattacieli inclinati come due torri di Pisa messe una di fronte all’altra. In uno dei piccoli parchi giochi che stanno tra un senso di marcia e l’altro, su una giostra girano vorticosamente quattro bambine, che avranno circa cinque anni. Vestono un’uniforme, credo del loro asilo, una camicetta bianca e una specie di salopette a quadretti scozzesi. Mi viene in mente che un paio di giorni fa la persona corta chiedeva a me e mia moglie di raccontarle di quando andavamo all’asilo, ed entrambi ci siamo ricordati che portavamo il grembiule – io nero e lei bianco. Probabilmente quelle quattro persone corte frequentano una scuola materna di extralusso, e questa è la ragione dell’uniforme. Ma in qualunque caso, essa impedisce – almeno per qualche ora al giorno, e a quanto pare anche fuori dalle mura della scuola – la gara al vestito più costoso, scomodo e stronzo: con quella divisa addosso, le quattro bambine sembrano esattamente quelle che sono: bambine, appunto.

    Greetings from Madrid ‘07 – 2. Pellegrinaggio

    Filed under: — JE6 @ 22:41

    Il Paseo de la Castellana è un vialone immenso, largo più o meno come il Po di questi tempi di secca: abbastanza da avere come spartitraffico una specie di secondo viale interno, alberato, con i parchi giochi per i bambini. Percorrendolo verso nord, circa verso metà si trova il Bernabeu. L’Estadio Santiago Bernabeu. Come se San Siro si trovasse in Piazzale Loreto, grosso modo.
    Ora, io non sono un fan calcistico particolarmente accanito, e il Real Madrid non è mai stata la mia squadra spagnola preferita (ondeggio da sempre tra il Barcellona e l’Athletic Bilbao: se solo sapessi perchè, ma questo è un altro discorso). Ma il Bernabeu, gente. Mentre eravamo a bordo campo, ho chiesto a un signore emiliano di farmi una foto, porgendogli la digitale e dicendogli “le spiace..?” – e lui mi fa “perchè dovrebbe spiacermi? Se si può far contenta una persona…“: per dire il posto, insomma.
    In cima al terzo anello sud, a cinquanta metri di altezza, si vede in modo magnifico. Non ci si crede che in questo posto riescano a sedersi (sedersi) ottantamila persone; eppure. Tutte lì, a fiatare sul collo dei giocatori, roba che questi e gli spettatori possono guardarsi nelle palle degli occhi: due contro centosessantamila, non so se mi spiego. Il verde del prato è quello di un prato inglese in primavera, quello di Wimbledon dieci minuti prima che inizi il torneo; e tutto intorno è un tripudio di bianco e azzurro, con le macchie dello stemma coronato della società.
    La sala dei trofei non è una sala: è – come giustamente mi hanno suggerito via sms – un hangar, un luogo di dimensioni spropositate. Secca dirlo, ma non c’è concorrenza: anche il più tronfio tifoso milanista qui dentro deve abbassare le orecchie, di fronte alla bacheca con nove – 9 – coppedeicampioni, alla bacheca con tre – 3 – coppe intercontinentali, alla sala dedicata ai ventinove – 29 – campionati spagnoli. Ci sono alcuni trofei grandi quanto la torre di Pisa, e la bacheca che raccoglie i trofei individuali (il Pallone d’Oro, il Fifa World Player, la Scarpa d’oro) è lunga quanto un corridoio del Palacio Real.
    La tribuna VIP ha delle poltrone che neanche nella business class della Emirates; e lo stesso dicasi, ci crediate o no, per le due panchine. Le panchine, diosanto.
    Insomma, ho quarant’anni, e da sei ore mi sto riguardando le foto del Bernabeu – il campo, la tribuna, lo spogliatoio (con l’idromassaggio fisso a trentuno gradi), la tribuna, le bacheche delle coppe, la statua del miglior giocatore della storia (nè Maradona, nè Pelè: chi ne capisce sa che è stato Alfredo Di Stefano) e del miglior goleador europeo (Ferenc Puskas). E torno a quelle due foto nelle quali ci sono anch’io, perchè mica mi sembra vero, ancora.

    Greetings from Madrid ’07 – 1. Letture

    Filed under: — JE6 @ 14:40

    La ragazza con le spalle attaccate alla porta del vagone della linea 10 è a metà de “El amor en los tiempos del colera“. Quella che mi siede accanto è alla fine dell’opuscolo illustrativo per l’arruolamento nelle forze armate. Davanti al claim “Mas oportunidades” mi pare che il volto le si sciolga per un istante, e in quell’istante penso a quando sarò un borghesuccio ultracinquantenne, e alla faccia che farò quando mia figlia (che all’epoca non sarà più una persona corta, credo) mi annuncerà il suo desiderio di arruolarsi. Si nasce incendiari, si muore pompieri.