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    02/04/2013

    Stories of the Bund – Camicia bianca

    Filed under: — JE6 @ 10:00

    Ancora due ore. Posso farcela.
    Quanto odio questo lavoro. Addetto alla sicurezza, dicono. Che è quello che dico anch’io quando mi chiedono cosa faccio nella vita: addetto alla sicurezza del segretario del partito della città di X. Sembra una cosa dignitosa; e lo è, per la maggior parte del tempo. Poi c’è la parte minore, che è quella peggiore. Non mi deve nemmeno più parlare, il bastardo: lo capisco al volo. Quando sono le cinque del pomeriggio e inizia ad allentare il nodo della cravatta vuol dire che la giornata sta finendo. Quella lavorativa, voglio dire: ammesso che abbia lavorato. Poi inizia il divertimento, il suo. Io vado a cercargli una massaggiatrice, perchè il bastardo ha tanti problemi di cervicale. Certo, come no. Proprio tanti, uno al giorno, che si risolvono con le ragazze di vent’anni dietro la porta dell’ufficio ben chiusa. A volte ci sono degli inconvenienti, magari il direttore della filiale della banca che si è dimenticato chi deve ringraziare per il posto che occupa e non ha dato un mutuo abbastanza grande a un amico del bastardo. Allora lo scarrozzo per la città per andare a risolvere il problema: potrebbe fare anche quello nel suo ufficio, ma dice che un uomo nella sua posizione si deve far vedere in giro ogni tanto e quindi unisce l’utile all’utile. Quando arriviamo dal disgraziato di turno ci aprono le porte quando siamo ancora lontani cento metri. Se la fanno addosso. Vedono me, e capiscono che tira brutta aria. Per fortuna spesso mi basta mostrarmi, col bastardo dietro che non muove un muscolo della faccia. Altre volte non va così bene, e allora sono io che mi devo chiudere la porta dietro le spalle. Motivi di sicurezza, diciamo.
    Come il bastardo sia arrivato al suo posto non lo so. Non lo voglio nemmeno sapere. Posso immaginarlo. Un favore tira l’altro, è lo stesso modo che ha dato un lavoro a me: il bastardo aveva un debito con qualcuno, e io sono diventato il suo addetto alla sicurezza. Lui se ne può permettere uno solo, è il segretario in una città di trecentomila abitanti, in fondo una nullità. Ogni tanto penso ai miei colleghi che vivono a Shanghai, a Nanjing, in una di queste città enormi. Lì c’è il potere vero. Chissà quante porte si devono chiudere dietro le spalle, in una settimana. E quando fanno questi viaggi vanno in aereo, o se vanno in treno prendono la prima classe, e un vagone tutto per loro: qui il bastardo subisce il nuovo corso, il nuovo presidente dice che il partito deve dare l’esempio. Ma basta che lo diano i pesci piccoli, che sono comunque tanti.
    Non è possibile, sono passati solo cinque minuti.
    Se non fossi così stanco dovrei alzarmi e andare da quei due idioti occidentali che stanno seduti a quel tavolino. Lo so cosa stanno facendo. Stanno guardando il bastardo, hanno capito chi è quello che conta. L’unico che ha una troietta di vent’anni seduta al suo fianco e gli può mettere una mano sulla coscia, anche se lei è vestita con una ridicola tuta da jogging. Lo so cosa stanno guardando, i due idioti. Il bastardo, che prima di partire ha avuto il tempo di passare in albergo e “mettersi comodo”, che si guarda un film sull’iPad dividendo le cuffiette con la troietta. Lui si è messo comodo, io sono sempre qui, con il mio vestito nero, la camicia bianca, la cravatta annodata ancora abbastanza stretta. Non ho bisogno di girare la testa per vedere lo spettacolo. Lo conosco fin troppo bene. Quando inizieranno a ridere lui si starà mettendo mezzo mignolo dentro il naso. Gli occidentali ridono sempre per queste cazzate. Ma a quest’ora lui si è rilassato, e io posso evitare di alzarmi, e i due idioti non se la dovranno fare nelle mutande temendo di finire in una galera cinese. Bevete la vostra birra, stronzi. Voi potete, io no. Dobbiamo tutti dare l’esempio, dice il presidente.
    Cento minuti. Basta avere pazienza. Poi quando saremo a Shanghai filerà tutto in fretta, metteremo su un taxi la troietta che ha accompagnato il bastardo nel suo viaggio di lavoro a Beijing e la faremo andare a casa. Il bastardo salirà sulla macchina di servizio, e io con lui. Almeno questo, evitarci la coda per i taxi. Lui si darà una passata di pettine per mettersi a posto i capelli che la troietta gli ha scompigliato e facendo altri ottanta chilometri arriverà a casa sua: moglie che sa tutto e vive felice così, una figlia di ventidue anni e un figlio di diciotto. Due merde come lui. Io? Lo seguirò fino alla porta di casa, poi mi cercherò un massaggio. Me li fanno gratis, a qualcosa serve essere l’addetto alla sicurezza del segretario.

    Eravamo sul treno che ci riportava a Shanghai da Beijing. Facevamo le solite quattro chiacchiere stando seduti a un tavolino del vagone ristorante, quando io e Paolo ci siamo messi a osservare questa scena – da una parte il sessantenne con un lupetto verde marcio che tiene la mano sulla coscia di una ragazza di non più di ventidue, ventitre anni. E sull’altro lato del corridoio l’uomo grande e grosso con la camicia bianca, che si faceva forza per non crollare, vinto miseramente dal sonno. Ci siamo messi a fantasticare su chi fossero queste persone che stavano a due metri da noi, e questo è quanto.