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La vita non è quella che si è vissuta, ma quella che si ricorda e come la si ricorda per raccontarla.
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    06/04/2013

    Stories of the Bund – Bambini

    Filed under: — JE6 @ 16:45

    Hanno gli occhi grandi, i bambini cinesi. Anche quelli che ce li hanno lunghi e sottili come le barche dei disegni che qui fanno usando il polpastrello del mignolo. Sembrano allegri, i bambini cinesi; è difficilissimo sentirli piangere, e non perché siano in apparenza sottoposti a severissimi regimi educativi – non si vedono né sentono rimproveri aspri, manrovesci in pubblico, occhiate “adesso facciamo i conti”: anzi, ci sono tanti sorrisi e una specie di strana dolcezza che pare legare tanti adulti ai piccoli, figli o nipoti che siano. Per forza sono coccolati, ti viene da pensare: qui di legge puoi fare un figlio solo, e solo poche coppie hanno il permesso di avere il secondo; poi continui a pensare, e ti rendi conto che in Italia di leggi che fissano il tetto massimo di procreazione non ce ne sono, e ciò nonostante è diventato un paese di figli unici, che tengono il broncio a genitori dalle facce allegre come quelle di chi va a un funerale. Sono belli, i bambini cinesi. Come tutti i bambini del mondo, certo. E’ che fai il confronto con gli adulti, e ti chiedi quand’è che si trasformano, perché sarà pur vero che la bellezza è soggettiva, che i canoni estetici sono il prodotto di millenni di storia e cultura e tradizioni, ma buon Dio, si fa fatica a dire che questo sia un bel popolo, che invece è una cosa che ci viene da dire e pensare guardando, chessò, gli ungheresi che sono tutti magnifici. Ogni tanto incroci lo sguardo dei bambini cinesi e loro ti fissano curiosi e stupiti, anche in questo tanto diversi dai loro genitori e dalla loro sovrana indifferenza, hanno un’espressione che pare dire “ehi, ma tu chi sei, come mai hai la faccia diversa da quella di papà” ma non scappano, non hanno paura, ti si piazzano davanti fermi sulle loro gambette sode, e spesso fanno un mezzo sorriso, e vai a sapere perché tu ti senti contento.

    Stories of the Bund – Concorrenza perfetta

    Filed under: — JE6 @ 14:41

    Una delle molte cose che mi affascinano di Shanghai è la pazzesca quantità di negozi. Negozi di ogni tipo, forma, dimensione, metratura. Mall enormi dalla struttura ben definita – ai piani alti la ristorazione, quelli centrali il lusso -, flagship stores, antri bui da film dell’orrore. E’ come se il più grande paese comunista del mondo celebrasse l’iniziativa privata dando un’occasione, e uno spazio, praticamente a chiunque. Ovviamente non è così, e ovviamente quello spazio non è mai di proprietà: ma l’impressione è quello di un popolo che ha come principale occupazione vendere qualcosa a qualcuno. E in effetti la cosa davvero strabiliante è proprio quel che viene venduto, e dove, e come. Ci sono vie intere nelle quali i negozi si susseguono senza soluzione di continuità (non parlo di vetrine perché molto spesso non esistono: si alza una serranda e da mattina a sera l’attività è praticamente a cielo aperto), vendendo tutti, ma proprio tutti le stesse cose: viti bulloni molle e ingranaggi in questa via, carni in quest’altra, frutta e fiori in quell’altra ancora. Poco fa ho trovato tre negozi in venti metri, due affiancati e uno di fronte: vendevano tutti pannolini e assorbenti. Stessi prodotti, stessi prezzi. Il Fake Market è l’apoteosi, in un corridoio ci sono venti negozi “do you want bags?” e gli altri venti si dividono in dieci che vendono cinture e portafoglio e dieci che vendono polo e t-shirt. Identiche tra di loro. Come facciano a sopravvivere non lo so, hanno tutti due o tre lavori perché uno non basta per reggere il costo della vita di Shanghai: si dice che siano in tanti a voler tornare nelle campagne, ma il governo centrale non gradisce, costa meno creare le infrastrutture per una megalopoli che per mille cittadine che in Europa sarebbero di media dimensione, si chiamano economie di scala; e poi quando hai assaggiato i colori e la velocità e i suoni, quando hai sfiorato con un dito la vita che hai sognato e che ti hanno fatto sognare, non è facile – credo – decidere di tornare sui propri passi e trovarsi qualcosa da fare nel silenzio di quel territorio immenso che ho visto dai finestrini del treno, e che sembrava uscito da una guerra, sebbene combattuta contro se stesso.