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La vita non è quella che si è vissuta, ma quella che si ricorda e come la si ricorda per raccontarla.
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    28/04/2013

    Muri rossi

    Filed under: — JE6 @ 11:00

    Sono ore che l’uomo sta seduto su quella panchina. Ogni tanto fa un piccolo movimento, come per sgranchirsi, accavalla una gamba, poi l’altra, a volte si passa la mano tra i capelli corti in un gesto più meccanico che necessario. Guarda in avanti, tenendo di fronte a sè la piccola piazza semicircolare, nella quale ogni tanto passa una macchina, o uno scooter. La donna lo ha visto per la prima volta quando è uscita di casa per andare a fare la spesa della settimana, in un sabato pigro e di sole. Lo ha notato perché non ha l’età di chi non ha di meglio da fare che stare seduto su una panchina, e nemmeno quella di chi su una panchina aspetta qualcuno. Era ancora lì quando è rientrata, con due sacchetti e il sapore del cappuccino sulle labbra. Nel primo pomeriggio la donna si è affacciata alla finestra e lo ha trovato al suo posto, così come i tre alberi della piazza, la panchina, il portone di legno della casa costruita da una banca in tempi lontani e chissà se felici. E’ scesa, la donna, ed è andata a sedersi su un’altra panchina, non quella più vicina a quella sulla quale l’uomo sta passando la giornata. Tiene in mano un quaderno e una matita, fissa l’uomo che guarda i muri della piazza e disegna. Dopo un tempo che nessuno dei due sa quantificare l’uomo parla, senza spostare lo sguardo. Venga qui, dice. E la donna si alza, si avvicina, si siede vicino all’uomo, senza guardarlo in faccia. Una volta facevo il fotografo, dice l’uomo. Fino a quando non è iniziata la malattia e sa, le foto mosse non piacciono a tutti; così vado nei posti che mi piacciono e mi fermo a guardare, perché sta tutto lì sa, nel guardare le cose e vederci dentro. Non posso fare altro, guardo. Poi torno a casa, mi siedo sul divano, chiudo gli occhi e rivedo tutto, anche quello che non sapevo di aver visto, tutte le fotografie che ho scattato anche se non avevo la macchina. E’ quello che succederà anche a lei tra un po’, quando riguarderà il disegno che ha fatto oggi; non credo di essere un soggetto tanto interessante, continua l’uomo, ma sono convinto che troverà delle sorprese su quella pagina. La donna non dice nulla per un po’, imbarazzata. Posso farle una domanda, si decide infine a chiedere. L’uomo fa un cenno con la testa. Cosa ha fissato per tutto il giorno, io vedo solo dei muri. L’uomo fa un mezzo sorriso, e accavalla per la centesima volta la gamba destra. Proprio quelli, risponde. I muri. Le pieghe delle scrostature dell’intonaco, il rosso di quei muri che non si trova in nessun altro posto del mondo. Ho guardato quelli. La donna chiude il quaderno. Muri, mormora. Muri rossi, risponde l’uomo, di un rosso che si trova solo qui, a casa sua. Vuole che l’accompagni a casa, chiede la donna alzandosi. Non c’è bisogno, la ringrazio. Tornerà? Forse sì, mi piace questo posto, adesso ho il tempo per fermarmi, magari la prossima volta le chiederò di offrirmi un caffè, e di farmi vedere il ritratto che mi ha fatto oggi. Arrivederci, dice la donna. Arrivederci, buona sera.