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22/04/2010
Non ho mai creduto a quelli che dicono “scrivo per me stesso”. Tanto meno a quelli che lo dicono, e poi tengono un blog, pubblicano un libro, rilasciano interviste.
Si scrive sempre per qualcuno. A volte capita addirittura di scrivere con qualcuno. Comunque, mettersi alla tastiera è come parlare a una persona, vedersela di fronte, cercare le parole per dirle quel che ci gira per la testa. “Raccontami una storia” – “Sì, eccola”. Si parte con quello e per quello. C’è chi riesce ad avere un interlocutore concreto ma immaginario, e con questo dialoga, e a lui parla e racconta. C’è chi invece lo fa con un soggetto preciso, una persona fisica in carne e ossa – non importa poi se quella sia presente o meno, quel che conta è saperla e sentirla vicina: e allora per lei fai tutto, butti fuori, scrivi, come raccontare una favola a tuo figlio. Ci vuole fortuna, perché le cose della vita le persone te le portano via, per scelta o per necessità o per caso, e allora ti ritrovi lì, con un pugno di parole in testa e nessuno a cui valga la pena dirle, pronte solo per il cassetto dei ricordi – o quello dei rimpianti.
21/04/2010
Il giorno in cui scoppiò la bomba fu un giorno come tanti altri. Andai a scuola, e nella mia classe di quinta elementare girava l’aria dell’attesa del Natale che sarebbe arrivato meno di dieci giorni dopo. Eravamo bambini, e ci si parava di fronte un orizzonte fatto di regali e vacanze e impazienza perché tutto questo arrivasse, e in fretta.
Non ricordo come trascorsi il pomeriggio del giorno in cui scoppiò la bomba. Forse feci dei compiti, o andai a catechismo, o giocai con Paolo, il mio migliore amico dell’epoca. In qualche modo, venne sera. Mia madre iniziò a preparare la cena, ed aspettammo il ritorno di mio padre. Carabiniere, in un’epoca in cui vestire la divisa era pericoloso anche se non facevi vita di strada; era pericoloso non per ciò che eri o facevi, ma solo e semplicemente per ciò che rappresentavi agli occhi di qualcuno. Carabiniere, come carabinieri e poliziotti erano – o erano stati – molti degli uomini delle famiglie contadine della Sardegna dalla quale venivano i miei genitori: un fratello di mio padre, il fratello e un cugino di mia madre, il figlio dei vicini di casa di nonna Enrichetta.
Forse quella sera mio padre tardò a rientrare, e in casa calò quella sottile e fredda aria di timore che mia madre aveva imparato a conoscere e dalla quale mi proteggeva. O forse mio padre arrivò in orario, e tutto filò liscio e sereno come, per fortuna, accadeva quasi ogni giorno; non so, io ero probabilmente chiuso in camera con le mie macchinine, o un libro di Sandokan, o preso a registrare sul magnetofono della Geloso le mie telecronache immaginarie di non so quale partita – a pensarci, gli amici del cortile volevano che facessi le cronache delle loro partite di tennis, e chissà se era un riconoscimento della mia abilità oppure un modo per non avermi in mezzo alle scatole.
Cenammo, anche la sera del giorno in cui scoppiò la bomba, parlando e ascoltando la radio. Radio Meneghina, scelta bizzarra di integrazione grazie alla quale oggi posso dialogare senza problemi con mio suocero ed entrare in una di quelle poche osterie di periferia nelle quali capisci di essere a Milano e non a Buffalo o ad Eindhoven. E ci spostammo sul divano, davanti al televisore.
Non ricordo nemmeno le notizie principali del giorno in cui scoppiò la bomba. Forse c’era una crisi di governo in corso, forse si parlò di inflazione o di crisi petrolifera. Io ho un ricordo in bianco e nero, di quella sera: il bianco e nero della fototessera che, improvvisamente, riempì lo schermo. Capitava spesso, in quei giorni tetri e felici (in fondo, ero un bambino: avevo tutto ciò che mi serviva, una mamma e un papà che mi amavano e che amavo, amici, libri, fumetti, mi piaceva andare a scuola. Fuori sparavano e c’era poca benzina per le macchine, ma io ero un bambino ed ero felice. Perché non avrei dovuto esserlo?). Capitò anche quella sera, e come le altre volte vidi un viso sconosciuto, la parte superiore di una divisa, la camicia bianca e il nodo piccolo e stretto della cravatta di ordinanza. Ma quella sera, seppure senza vederne il volto, sentii distintamente il respiro di mia madre bloccarsi; e poi tornò, il respiro, abbastanza per farle dire, con una voce che non saprei definire se più spaventata o incredula: “Ma quello è Giovanni”.
Giovanni. Il cugino carabiniere. Che aveva fatto sgomberare una piazza di Brescia perché c’era una borsa sospetta lasciata incustodita. Le persone che giravano da quelle parti si misero al sicuro; lui, non abbastanza. La borsa esplose, e Giovanni saltò in aria con lei.
Lo speaker del telegiornale disse, credo, che Giovanni era ricoverato in gravissime condizioni; la bestia lo aveva colpito, ma non ucciso. Era il 16 dicembre del 1976, il giorno in cui scoppiò la bomba: io non sono più un bambino (purtroppo, o per fortuna: chissà) e forse dovrei raccontare la storia di Giovanni; o, forse, me ne dovrei liberare.
20/04/2010
A mezzogiorno si fermano i cantieri. A mezzogiorno i camion parcheggiano. A mezzogiorno trovi in strada quelli che per lavorare usano le mani – girando volanti, impilando forati, stendendo asfalto. A mezzogiorno vedi le facce con la pelle dura, i caschi, i guanti, le scarpe, le tute, le pettorine, le canottiere. A mezzogiorno senti le bestemmie in dialetto. A mezzogiorno negli uffici si prende il terzo caffè, a mezzogiorno negli uffici si va in riunione. A mezzogiorno le trattorie italo-cinesi si riempiono. A mezzogiorno a volte sembra di tornare indietro nel tempo, perchè vedi una vita che tu non ricordi più, una vita che tu non hai mai conosciuto.
[Strada Statale del Sempione, 12.04 di un martedì di aprile]
19/04/2010
La mattina che ricevi la mail che avresti scritto tu, e invece l’ha fatto un’altra persona, da lontano, che nemmeno ti conosce. Il pomeriggio delle parole sbagliate. La sera che pensi che i castelli di carte possono restare in piedi, se te ne prendi molta cura.
17/04/2010
Alle sette di sera rimango solo, il Duomo alle spalle e il Castello Sforzesco di fronte. Un po’ mi dispiace, le belle compagnie sono merce tanto rara e preziosa; ma ci sono una manciata di ore da riempire e la serena allegria che quella compagnia è stata capace di dare, e una città che aspetta – da quarant’anni circa.
Così inizio a camminare, Foro Buonaparte fino all’ago-e-filo, e via Carducci fino al Bar Magenta dove mi fermo a bere qualcosa. Che non importa se la birra non è poi tanto speciale, quando quello è uno dei tuoi bar da tanto tempo, e in fondo non cambia mai anche se le facce sono sempre diverse. Prendo la metropolitana, un paio di fermate e inizio a camminare in Corso Garibaldi. Ecco, Corso Garibaldi ha questa cosa, che è pieno di locali e di gente e di negozi, ma ha una panetteria, e ha un paio di slarghi dove trovi le panchine dove sederti e mangiarti il tuo pane con le olive, e in uno di questi slarghi c’è una vedovella, una delle fontane che danno acqua pubblica, e lì ci puoi bere e asciugarti la bocca con il dorso della mano. In Corso Garibaldi puoi fermarti davanti alle vetrine di Rossignoli e guardare le bici d’epoca, e puoi andare avanti e passare l’incrocio senza vedere la grande insegna di un Hotel Napoli che chissà se esiste ancora ed entrare in Brera, camminando sull’acciottolato e guardando i cartomanti che dicono che “lui ha avuto un momento difficile ma tu stagli vicina” e arrivando a fermarsi davanti alla chiesa in mattoni rossi di via Formentini per guardarla come se fosse la prima volta – e magari è davvero la prima volta che ti fermi a fissarla con questa luce bassa.
C’è un’aria strana in questa sera di aprile, c’è quell’aria che a volte si ha quando si sta con i colleghi dopo una giornata pesante ma fruttuosa, una specie di stanchezza rilassata e onesta, ancora per qualche minuto, forse un’ora si può camminare senza avvertire l’eccitazione malata del dover per forza fare qualche cosa per dare un senso alla chiusura della settimana. Mentre attraverso l’altro mondo, quello di Corso Como e dei suoi buttadentro, mi rendo conto che per la prima volta sto girando la mia città guardandola con gli occhi che uso quando sono all’estero, o in un posto nuovo – e mi chiedo perché, e il perché lo so, è che viaggiare (e anche due ore di camminata indolente possono esserlo per davvero) è una questione di testa e di stato d’animo, tutto è sotto i tuoi occhi e vederlo dipende solo da te.
15/04/2010
[Metafore, ma anche no]
Una cosa che uno impara, viaggiando tanto o comunque abbastanza, è che quando si torna le cose sono sempre un po’ diverse. Se non oggi, la prossima volta. Se non visibilmente, sotto il pelo dell’acqua.
Sono fermo all’incrocio quando la vedo arrivare. Piccola, elegante nel suo vestito che arriva a coprirla fino ai piedi, di un giallo tenue che sembra fatto apposta per questo giorno di primavera, e il velo che le cinge il volto – il nodo sotto il mento e l’ovale del viso disegnato dal tessuto. Cammina a piccoli passi, tenendo sotto braccio l’uomo alto e giovane che la accompagna. Madre e figlio, penso. Guardo i lineamenti, cerco di indovinare da dove vengono. Mi ricordo di certi paesini attraversati salendo lungo le strade dei monti dell’Atlante. Marocco, mi dico; ma chissà, per quel che ne so potrebbe essere Algeria, o Tunisia, o Egitto, chissà. Mi pare di vedere la mia nonna materna, che qui, sul marciapiede di via Diomede che costeggia il Lido di Milano sarebbe stata altrettanto straniera – un’altra lingua, un’altra storia, un’altra faccia. Eppure non sembra smarrita, forse rassicurata dalla presenza dell’uomo, forse perché alla fine ci si acconcia a tutto – ci si deve acconciare a tutto. Non so perché, ma mentre ingrano la prima mi dico che gli unici tatuaggi che mi siano mai piaciuti sono quelli eleganti e finissimi fatti con l’henné, quelli che vedevo sulle caviglie delle donne berbere nella Djemaa el Fnaa di Marrakech, così diversi da quelli implacabilmente pacchiani che portano gli e soprattutto le occidentali. Mi chiedo se ne ha uno anche lei.
14/04/2010
Inizio la mattina con una discussione – civile, pacata – con un collega che mi chiede cosa ne penso di questo articolo di Julian Carron che Repubblica ha pubblicato qualche giorno fa. Capisco tutto, gli dico: ne capisco la logica e i fondamenti; ma in uno stato che non sia classificabile come una teocrazia la giustizia non è quella di Dio, e chi non ha fede ha lo stesso diritto di averla, di vederla difesa e fatta rispettare che ha chi quella fede invece la possiede. Le parole di Carron scappano da tutto questo, si dimenticano che la convivenza civile si basa sulla capacità che una comunità ha di trovare i suoi minimi comuni denominatori e di rispettarli: significa giocare al ribasso, forse – ma significa trovare un terreno e una lingua comune, senza i quali non si va da nessuna parte (o meglio: si va ciascuno per la propria strada, finché non tocca entrare in contatto con l’altro, e allora si sguainano le spade).
Un paio di ore dopo mi imbatto in questo articolo, nel quale Monica Micheli racconta delle peripezie del suo aborto tra ginecologhe empatiche, aspirazioni, pratiche burocratiche, imperscrutabili presenze di obiettori, puerpere, dolori, umiliazioni e tutto ciò che vi troverete dentro, leggendolo. Mi ci imbatto perché viene citato in alcune discussioni su FriendFeed, dove il microcosmo che io frequento – quello che farebbe vincere le elezioni al PD con percentuali che farebbero impallidire Ceausescu, quello che iPad o morte – si attiva in discussioni e frenetici rilanci dell’articolo, fino a trovarsi quasi esausto, nell’arco di un centinaio di minuti, dopo essersi dato ragione in ogni modo possibile su quanto penosa sia l’applicazione della legge sull’interruzione di gravidanza nel nostro paese, con il corollario di norme che tutelano l’obiezione di coscienza disinteressandosi bellamente del diritto di chi vuole esercitare un diritto (passate il gioco di parole) a non essere giudicato per la decisione che prende, quale che questa sia.
Nel momento in cui mi metto a scrivere, tocco ancora una volta con mano il fatto che nessuno cambia mai davvero idea su nulla che abbia una certa qual importanza. Che troppo spesso, per non dire sempre, predichiamo ai convertiti. Che viviamo in democrazia ma se fosse davvero per noi una sana vecchia teocrazia, o in alternativa una dittatura del giusto non sarebbero da buttar via, anzi. Non c’è nulla di nuovo sotto il sole, insomma: il che a volte è una consolazione, lo so; ma non oggi.
12/04/2010
Io faccio molta fatica a credere che i tre operatori di Emergency siano dei terroristi – o fiancheggiatori di – e penso che Gino Strada faccia benissimo a difendere la sua organizzazione. Detto questo, guardo con un filo di stupore persone con le mie stesse basi informative sostenere che la cosa sia im-pos-si-bi-le perché questo, ecco, mi pare un po’ troppo; come se, per dire, non avessimo mai avuto la banda della Uno bianca, i preti pedofili, il calcioscommesse, come se non avessimo mai visto e conosciuto le pecore nere.
10/04/2010
Era un giorno dell’autunno del 1985, quando entrai per davvero in Bocconi per la prima volta. Ci ero stato qualche tempo prima per il test di ammissione, ma quel giorno non contava, nessuno di noi aveva tempo e voglia di guardarsi intorno e di illudersi o deprimersi all’idea che superando quell’esame avremmo passato i successivi quattro o cinque o sei anni fra quelle mura. Ma il primo giorno vero, ecco. Non avevo ancora diciannove anni, venivo da un quartiere di periferia sconosciuto alla maggior parte dei milanesi (e la minor parte che lo conosceva lo considerava un dormitorio), non avevo fatto il liceo ma un normalissimo e plebeissimo istituto tecnico commerciale. Ricordo perfettamente che mi fermai di fronte all’entrata dell’università e pensai: “Oddio”. Sono sempre stato abbastanza bravo a mascherare la paura dei posti e delle persone nuove, e a fingere di non sentirmi inadeguato e fuori posto: così mi feci forza ed entrai come se niente fosse. Non ci sarebbero state cerimonie di iniziazione, atti di nonnismo e mortificazioni da scuola vittoriana, questo lo sapevo. Ma erano gli anni della Milano da bere, e non bastava la macchietta disegnata – male – da Sergio Vastano negli sketch di Drive In a prendere sufficientemente in giro quella terrificante armata di non ancora ventenni vestiti come i funzionari di Publitalia – blazer blu con bottoni dorati, pantaloni grigi e scarpe di cuoio inglese, la ventiquattrore rigida e una copia del Sole24Ore sotto l’ascella. Non ci volle moltissimo a rendermi conto che nel tempio dell’educazione capitalista italiana c’era un sacco di gente del tutto “normale”, gente che votava a sinistra – professori e studenti senza distinzione -, gente che usciva a fare due passi per mangiare un panino e tirare due colpi di cinque birilli nella Cooperativa Stella Alpina, gente con famiglie monoreddito, gente che potevi trovare da Buscemi a cercare qualcosa dei Clash. Non ci volle nemmeno moltissimo a rendersi conto che il censo fa differenza, talvolta per educazione, sempre per usi e costumi; lo sforzo più grande di quel primo anno fu non farsi travolgere né dai nomi altisonanti che potevi incontrare in biblioteca o al corso di sociologia di Nando dalla Chiesa né dal desiderio di assimilazione né dall’orgoglio proletario – e se ci riuscii, se ci riuscimmo tutti (o quasi) non fu tanto per merito nostro di giovani pivelli saltabeccanti tra la teoria della concorrenza perfetta e il calcolo degli integrali, bensì per merito di un sistema che ci trattava da pari, o almeno ce lo faceva credere. Avremmo avuto poi tutto il tempo del mondo – il resto della vita – per capire che le conoscenze contano quanto le capacità, che le barriere invisibili sono molto più difficili da superare di quelle ben indicate, e che l’erba del vicino – la vita degli altri, insomma – sembra sempre drammaticamente più verde e brillante: intanto potevamo tentare un tre sponde col taglio a tenere, e tornare a casa in metropolitana senza sentirci né degli eletti né dei paria, e oggi questo non mi sembra poco.
[Un’amica mi ha prestato questo bel libro, e a volte ci vuole poco per rompere gli argini della memoria]
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