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05/02/2004
Ai suoi tempi, l’Ambrogio doveva esser stato un buon giocatore. Nè troppo alto, nè troppo basso, buon tocco, discreto colpitore, capace di uscire dalle buche. Insomma, uno che se la giocava alla pari con molti.
Non so che lavoro avesse fatto, l’Ambrogio. Ha la faccia da tranviere, ma per quanto mi riguarda è nato pensionato. E’ vedovo, l’Ambrogio, ed i suoi familiari sono i suoi compagni di stecca di ogni giorno, il Gino, il Tito, tutta gente che quando ti vede fare un tiro corto, uno di quelli giocati con il braccino, ti guarda con compassione e butta lì un “magna la micheta, fioeu” che gli spaccheresti la stecca in testa ma sai che hanno ragione.
Con il passare del tempo, l’Ambrogio guarda di più e gioca di meno. Ed in tanti lo apprezzano, per questo: dignità, ci vuole, e non bisogna togliere spazio a chi sta meglio di te.
Un giorno, l’Ambrogio non si presenta. Passa qualche ora, ed arriva il Gino, con il suo borsello e gli occhi rossi e gonfi. “L’Ambroeus l’è andà“. Ma come, cazzo, l’è andà?
Eppure. Lo hanno messo nella cassa con la stecca al fianco. I suoi amici giurano che è vero, che da anni diceva che avrebbe voluto così. E lo hanno accontentato. Ciao Ambroeus, ti sia lieve la terra.
L’Ambrogio Ai suoi tempi, l’Ambrogio doveva esser stato un buon giocatore. Nè troppo alto, nè troppo basso, buon tocco, discreto colpitore, capace di uscire dalle buche. Insomma, uno che se la giocava alla pari con molti. Non so che lavoro avesse fatto, l’Ambrogio. Ha la faccia da tranviere, ma per quanto mi riguarda è nato pensionato. E’ vedovo, l’Ambrogio, ed i suoi familiari sono i suoi compagni di stecca di ogni giorno, il Gino, il Tito, tutta gente che quando ti vede fare un tiro corto, uno di quelli giocati con il braccino, ti guarda con compassione e butta lì un “magna la micheta, fioeu” che gli spaccheresti la stecca in testa ma sai che hanno ragione. Con il passare del tempo, l’Ambrogio guarda di più e gioca di meno. Ed in tanti lo apprezzano, per questo: dignità , ci vuole, e non bisogna togliere spazio a chi sta meglio di te. Un giorno, l’Ambrogio non si presenta. Passa qualche ora, ed arriva il Gino, con il suo borsello e gli occhi rossi e gonfi. “L’Ambroeus l’è andà “. Ma come, cazzo, l’è andà ? Eppure. Lo hanno messo nella cassa con la stecca al fianco. I suoi amici giurano che è vero, che da anni diceva che avrebbe voluto così. E lo hanno accontentato. Ciao Ambroeus, ti sia lieve la terra.
04/02/2004
Uno dei tre migliori giornalisti sportivi italiani, ed il miglior giocatore di calcio del mondo: la vera bellezza non serve a niente, se non a essere bella.
Repubblica.it
Ruleta Uno dei tre migliori giornalisti sportivi italiani, ed il miglior giocatore di calcio del mondo: la vera bellezza non serve a niente, se non a essere bella. Repubblica.it
Sei stato bersagliato dalla sorte, S.
Fin da piccolo. Eri uno di quei bambini un po’ strani, bruttini, di quelli che non sapevano giocare bene a pallone, di quelli senza grandi doti apparenti. Poi, chissà: magari eri capace di sederti al tavolo della cucina del trelocalieservizi di periferia dove abitavi, e fare disegni splendidi che sarebbero finiti nella spazzatura od in fondo ad un cassetto solo pochi minuti dopo.
Ti prendevano in giro, quelli della tua età; e noi, un po’ più grandi, ti consideravamo persino con fastidio. I bambini, ed i ragazzi, sanno essere crudeli molto più degli adulti, si sa. Ma il peggio non era ancora arrivato: perchè lo scherno ed il fastidio si sarebbero trasformati in indifferenza, e cosa vuoi fare contro l’indifferenza se non cercare – così mi immagino, S. – di tirare avanti giorno dopo giorno cercando di evitare di pensarci troppo sopra? A quindici anni, santodio.
E poi. La bottiglia di tua mamma, e l’infarto (o il tumore, e chi lo sa: voci di cortile che riguardano uno di cui non ti importa nulla) di tuo padre. Una moglie all’età di quanto? ventidue, ventitre anni? presa non si sa come, e figlia di un’altra famiglia di quelle che occupano le portinerie delle case popolari, ed un bimbo che mi hanno detto essere bellissimo, ed oggi anche questa ragazza ti si sta spegnendo sotto gli occhi: questione di ore, ho sentito.
Io non so, S., come fai ad andare avanti. Non lo so. Non ti incontro per strada da anni, chissà che faccia hai oggi, se hai i capelli lunghi, se porti gli occhiali, se pesi qualche chilo in più. Non riesco nemmeno a ricordare quando è stato che ti ho detto ciao per l’ultima volta, non so nulla di te se non queste poche cose, so che io mi mangio il fegato tutti i giorni e tutte le notti e tu sei lì, vicino alla candela che si spegne, tenendo la mano di tuo figlio.
La candela che si spegne Sei stato bersagliato dalla sorte, S. Fin da piccolo. Eri uno di quei bambini un po’ strani, bruttini, di quelli che non sapevano giocare bene a pallone, di quelli senza grandi doti apparenti. Poi, chissà : magari eri capace di sederti al tavolo della cucina del trelocalieservizi di periferia dove abitavi, e fare disegni splendidi che sarebbero finiti nella spazzatura od in fondo ad un cassetto solo pochi minuti dopo. Ti prendevano in giro, quelli della tua età ; e noi, un po’ più grandi, ti consideravamo persino con fastidio. I bambini, ed i ragazzi, sanno essere crudeli molto più degli adulti, si sa. Ma il peggio non era ancora arrivato: perchè lo scherno ed il fastidio si sarebbero trasformati in indifferenza, e cosa vuoi fare contro l’indifferenza se non cercare – così mi immagino, S. – di tirare avanti giorno dopo giorno cercando di evitare di pensarci troppo sopra? A quindici anni, santodio. E poi. La bottiglia di tua mamma, e l’infarto (o il tumore, e chi lo sa: voci di cortile che riguardano uno di cui non ti importa nulla) di tuo padre. Una moglie all’età di quanto? ventidue, ventitre anni? presa non si sa come, e figlia di un’altra famiglia di quelle che occupano le portinerie delle case popolari, ed un bimbo che mi hanno detto essere bellissimo, ed oggi anche questa ragazza ti si sta spegnendo sotto gli occhi: questione di ore, ho sentito. Io non so, S., come fai ad andare avanti. Non lo so. Non ti incontro per strada da anni, chissà che faccia hai oggi, se hai i capelli lunghi, se porti gli occhiali, se pesi qualche chilo in più. Non riesco nemmeno a ricordare quando è stato che ti ho detto ciao per l’ultima volta, non so nulla di te se non queste poche cose, so che io mi mangio il fegato tutti i giorni e tutte le notti e tu sei lì, vicino alla candela che si spegne, tenendo la mano di tuo figlio.
03/02/2004
Si parla di un blograduno a due. Uomini, pare.
Notizie inutili Si parla di un blograduno a due. Uomini, pare.
02/02/2004
Un’amica mi scrive: “ti basisci per troppo poco“. Forse, anche se, più passa il tempo e più ho l’impressione di non stupirmi davanti a (quasi) nulla.
E comunque. A volte, uno si mette lì e scrive la prima cosa che gli passa per la mente, senza studio, senza riflessione, solo con un’immagine che lo spinge. Niente di cosmico, nessun dialogo sopra i massimi sistemi, nessuna teoria, nessuna analisi, nessun newyorktimes.
Ed ecco che ti arrivano messaggi, e commenti che non ti aspetteresti, ti gratti la testa in un misto di soddisfazione e stupore, perchè insomma, l’esser stato davanti alle vetrate di un bar di Via Fiuggi per cinque secondi sembra aver scatenato più reazioni in coloro che ti leggono che non in te stesso.
Alla fine, concludi che, almeno finchè tutta questa cosa che chiami blog non è e diventa una professione (e quando mai), allora, insomma, lascia che sia: senza programmare, senza pianificare, buttando lì quello che ti viene per la testa. Meglio che puoi, certo, ma non più di questo.
Le sorprese della vita Un’amica mi scrive: “ti basisci per troppo poco“. Forse, anche se, più passa il tempo e più ho l’impressione di non stupirmi davanti a (quasi) nulla. E comunque. A volte, uno si mette lì e scrive la prima cosa che gli passa per la mente, senza studio, senza riflessione, solo con un’immagine che lo spinge. Niente di cosmico, nessun dialogo sopra i massimi sistemi, nessuna teoria, nessuna analisi, nessun newyorktimes. Ed ecco che ti arrivano messaggi, e commenti che non ti aspetteresti, ti gratti la testa in un misto di soddisfazione e stupore, perchè insomma, l’esser stato davanti alle vetrate di un bar di Via Fiuggi per cinque secondi sembra aver scatenato più reazioni in coloro che ti leggono che non in te stesso. Alla fine, concludi che, almeno finchè tutta questa cosa che chiami blog non è e diventa una professione (e quando mai), allora, insomma, lascia che sia: senza programmare, senza pianificare, buttando lì quello che ti viene per la testa. Meglio che puoi, certo, ma non più di questo.
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