< City Lights. Kerouac Street, San Francisco.
Siediti e leggi un libro

     

Home
Dichiarazione d'intenti
La vita non è quella che si è vissuta, ma quella che si ricorda e come la si ricorda per raccontarla.
(Gabriel Garcia Marquez)

Talk to me: e-mail

  • Blogroll

  • Download


    "Greetings from"

    NEW!
    Scarica "My Own Private Milano"


    "On The Blog"

    "5 birilli"

    "Post sotto l'albero 2003"

    "Post sotto l'albero 2004"

    "Post sotto l'albero 2005"

    "Post sotto l'albero 2006"

    "Post sotto l'albero 2007"

    "Post sotto l'albero 2008"

    "Post sotto l'albero 2009"

    "Post sotto l'albero 2010"


    scarica Acrobat Reader

    NEW: versioni ebook e mobile!
    Scarica "Post sotto l'albero 2009 versione epub"

    Scarica "Post sotto l'albero 2009 versione mobi"

    Scarica "Post sotto l'albero 2010 versione epub"

    Scarica "Post sotto l'albero 2010 versione mobi"

    Un po' di Copyright Creative Commons License
    Scritti sotto tutela dalla Creative Commons License.

  • Archives:
  • Ultimi Post

  • Quando sarà finita
  • 13D
  • Mille, mille e cento metri
  • Deflated
  • Lungo il fronte
  • Dentro la circonvallazione
  • Dito, luna
  • “E non dire di quelli che sono morti sulla via di Allah: ‘Sono morti’. No, sono vivi ma tu non li senti”
  • Ieri
  • “Aspetto”
  • February 2004
    M T W T F S S
     1
    2345678
    9101112131415
    16171819202122
    23242526272829

     

    Powered by

  • Meta:
  • concept by
    luca-vs-webdesign

     

    05/02/2004

    L’Ambrogio

    Filed under: — JE6 @ 12:45

    Ai suoi tempi, l’Ambrogio doveva esser stato un buon giocatore. Nè troppo alto, nè troppo basso, buon tocco, discreto colpitore, capace di uscire dalle buche. Insomma, uno che se la giocava alla pari con molti.
    Non so che lavoro avesse fatto, l’Ambrogio. Ha la faccia da tranviere, ma per quanto mi riguarda è nato pensionato. E’ vedovo, l’Ambrogio, ed i suoi familiari sono i suoi compagni di stecca di ogni giorno, il Gino, il Tito, tutta gente che quando ti vede fare un tiro corto, uno di quelli giocati con il braccino, ti guarda con compassione e butta lì un “magna la micheta, fioeu” che gli spaccheresti la stecca in testa ma sai che hanno ragione.
    Con il passare del tempo, l’Ambrogio guarda di più e gioca di meno. Ed in tanti lo apprezzano, per questo: dignità, ci vuole, e non bisogna togliere spazio a chi sta meglio di te.
    Un giorno, l’Ambrogio non si presenta. Passa qualche ora, ed arriva il Gino, con il suo borsello e gli occhi rossi e gonfi. “L’Ambroeus l’è andà“. Ma come, cazzo, l’è andà?
    Eppure. Lo hanno messo nella cassa con la stecca al fianco. I suoi amici giurano che è vero, che da anni diceva che avrebbe voluto così. E lo hanno accontentato. Ciao Ambroeus, ti sia lieve la terra.

    Filed under: — JE6 @ 12:38

    L’Ambrogio
    Ai suoi tempi, l’Ambrogio doveva esser stato un buon giocatore. Nè troppo alto, nè troppo basso, buon tocco, discreto colpitore, capace di uscire dalle buche. Insomma, uno che se la giocava alla pari con molti.
    Non so che lavoro avesse fatto, l’Ambrogio. Ha la faccia da tranviere, ma per quanto mi riguarda Ã¨ nato pensionato. E’ vedovo, l’Ambrogio, ed i suoi familiari sono i suoi compagni di stecca di ogni giorno, il Gino, il Tito, tutta gente che quando ti vede fare un tiro corto, uno di quelli giocati con il braccino, ti guarda con compassione e butta lì un “magna la micheta, fioeu” che gli spaccheresti la stecca in testa ma sai che hanno ragione.
    Con il passare del tempo, l’Ambrogio guarda di più e gioca di meno. Ed in tanti lo apprezzano, per questo: dignità, ci vuole, e non bisogna togliere spazio a chi sta meglio di te.
    Un giorno, l’Ambrogio non si presenta. Passa qualche ora, ed arriva il Gino, con il suo borsello e gli occhi rossi e gonfi. “L’Ambroeus l’è andà“. Ma come, cazzo, l’è andà?
    Eppure. Lo hanno messo nella cassa con la stecca al fianco. I suoi amici giurano che è vero, che da anni diceva che avrebbe voluto così. E lo hanno accontentato. Ciao Ambroeus, ti sia lieve la terra.

    04/02/2004

    Ruleta

    Filed under: — JE6 @ 13:49

    Uno dei tre migliori giornalisti sportivi italiani, ed il miglior giocatore di calcio del mondo: la vera bellezza non serve a niente, se non a essere bella.
    Repubblica.it

    Filed under: — JE6 @ 13:42

    Ruleta
    Uno dei tre migliori giornalisti sportivi italiani, ed il miglior giocatore di calcio del mondo: la vera bellezza non serve a niente, se non a essere bella.
    Repubblica.it

    La candela che si spegne

    Filed under: — JE6 @ 08:24

    Sei stato bersagliato dalla sorte, S.
    Fin da piccolo. Eri uno di quei bambini un po’ strani, bruttini, di quelli che non sapevano giocare bene a pallone, di quelli senza grandi doti apparenti. Poi, chissà: magari eri capace di sederti al tavolo della cucina del trelocalieservizi di periferia dove abitavi, e fare disegni splendidi che sarebbero finiti nella spazzatura od in fondo ad un cassetto solo pochi minuti dopo.
    Ti prendevano in giro, quelli della tua età; e noi, un po’ più grandi, ti consideravamo persino con fastidio. I bambini, ed i ragazzi, sanno essere crudeli molto più degli adulti, si sa. Ma il peggio non era ancora arrivato: perchè lo scherno ed il fastidio si sarebbero trasformati in indifferenza, e cosa vuoi fare contro l’indifferenza se non cercare – così mi immagino, S. – di tirare avanti giorno dopo giorno cercando di evitare di pensarci troppo sopra? A quindici anni, santodio.
    E poi. La bottiglia di tua mamma, e l’infarto (o il tumore, e chi lo sa: voci di cortile che riguardano uno di cui non ti importa nulla) di tuo padre. Una moglie all’età di quanto? ventidue, ventitre anni? presa non si sa come, e figlia di un’altra famiglia di quelle che occupano le portinerie delle case popolari, ed un bimbo che mi hanno detto essere bellissimo, ed oggi anche questa ragazza ti si sta spegnendo sotto gli occhi: questione di ore, ho sentito.
    Io non so, S., come fai ad andare avanti. Non lo so. Non ti incontro per strada da anni, chissà che faccia hai oggi, se hai i capelli lunghi, se porti gli occhiali, se pesi qualche chilo in più. Non riesco nemmeno a ricordare quando è stato che ti ho detto ciao per l’ultima volta, non so nulla di te se non queste poche cose, so che io mi mangio il fegato tutti i giorni e tutte le notti e tu sei lì, vicino alla candela che si spegne, tenendo la mano di tuo figlio.

    La candela che si sp…

    Filed under: — JE6 @ 08:17

    La candela che si spegne
    Sei stato bersagliato dalla sorte, S.
    Fin da piccolo. Eri uno di quei bambini un po’ strani, bruttini, di quelli che non sapevano giocare bene a pallone, di quelli senza grandi doti apparenti. Poi, chissà: magari eri capace di sederti al tavolo della cucina del trelocalieservizi di periferia dove abitavi, e fare disegni splendidi che sarebbero finiti nella spazzatura od in fondo ad un cassetto solo pochi minuti dopo.
    Ti prendevano in giro, quelli della tua età; e noi, un po’ più grandi, ti consideravamo persino con fastidio. I bambini, ed i ragazzi, sanno essere crudeli molto più degli adulti, si sa. Ma il peggio non era ancora arrivato: perchè lo scherno ed il fastidio si sarebbero trasformati in indifferenza, e cosa vuoi fare contro l’indifferenza se non cercare – così mi immagino, S. – di tirare avanti giorno dopo giorno cercando di evitare di pensarci troppo sopra? A quindici anni, santodio.
    E poi. La bottiglia di tua mamma, e l’infarto (o il tumore, e chi lo sa: voci di cortile che riguardano uno di cui non ti importa nulla) di tuo padre. Una moglie all’età di quanto? ventidue, ventitre anni? presa non si sa come, e figlia di un’altra famiglia di quelle che occupano le portinerie delle case popolari, ed un bimbo che mi hanno detto essere bellissimo, ed oggi anche questa ragazza ti si sta spegnendo sotto gli occhi: questione di ore, ho sentito.
    Io non so, S., come fai ad andare avanti. Non lo so. Non ti incontro per strada da anni, chissà che faccia hai oggi, se hai i capelli lunghi, se porti gli occhiali, se pesi qualche chilo in più. Non riesco nemmeno a ricordare quando è stato che ti ho detto ciao per l’ultima volta, non so nulla di te se non queste poche cose, so che io mi mangio il fegato tutti i giorni e tutte le notti e tu sei lì, vicino alla candela che si spegne, tenendo la mano di tuo figlio.

    03/02/2004

    Notizie inutili

    Filed under: — JE6 @ 16:14

    Si parla di un blograduno a due. Uomini, pare.

    Filed under: — JE6 @ 16:07

    Notizie inutili
    Si parla di un blograduno a due. Uomini, pare.

    02/02/2004

    Le sorprese della vita

    Filed under: — JE6 @ 13:27

    Un’amica mi scrive: “ti basisci per troppo poco“. Forse, anche se, più passa il tempo e più ho l’impressione di non stupirmi davanti a (quasi) nulla.
    E comunque. A volte, uno si mette lì e scrive la prima cosa che gli passa per la mente, senza studio, senza riflessione, solo con un’immagine che lo spinge. Niente di cosmico, nessun dialogo sopra i massimi sistemi, nessuna teoria, nessuna analisi, nessun newyorktimes.
    Ed ecco che ti arrivano messaggi, e commenti che non ti aspetteresti, ti gratti la testa in un misto di soddisfazione e stupore, perchè insomma, l’esser stato davanti alle vetrate di un bar di Via Fiuggi per cinque secondi sembra aver scatenato più reazioni in coloro che ti leggono che non in te stesso.
    Alla fine, concludi che, almeno finchè tutta questa cosa che chiami blog non è e diventa una professione (e quando mai), allora, insomma, lascia che sia: senza programmare, senza pianificare, buttando lì quello che ti viene per la testa. Meglio che puoi, certo, ma non più di questo.

    Le sorprese della vi…

    Filed under: — JE6 @ 13:22

    Le sorprese della vita
    Un’amica mi scrive: “ti basisci per troppo poco“. Forse, anche se, più passa il tempo e più ho l’impressione di non stupirmi davanti a (quasi) nulla.
    E comunque. A volte, uno si mette lì e scrive la prima cosa che gli passa per la mente, senza studio, senza riflessione, solo con un’immagine che lo spinge. Niente di cosmico, nessun dialogo sopra i massimi sistemi, nessuna teoria, nessuna analisi, nessun newyorktimes.
    Ed ecco che ti arrivano messaggi, e commenti che non ti aspetteresti, ti gratti la testa in un misto di soddisfazione e stupore, perchè insomma, l’esser stato davanti alle vetrate di un bar di Via Fiuggi per cinque secondi sembra aver scatenato più reazioni in coloro che ti leggono che non in te stesso.
    Alla fine, concludi che, almeno finchè tutta questa cosa che chiami blog non è e diventa una professione (e quando mai), allora, insomma, lascia che sia: senza programmare, senza pianificare, buttando lì quello che ti viene per la testa. Meglio che puoi, certo, ma non più di questo.