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La vita non è quella che si è vissuta, ma quella che si ricorda e come la si ricorda per raccontarla.
(Gabriel Garcia Marquez)

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    12/03/2007

    Capire tutto

    Filed under: — JE6 @ 16:48

    Credo di averlo già scritto un paio di volte, nell’ultimo anno: mi rendo conto che non sono più capace di stare davanti ad uno schermo a guardare immagini “dolorose”. Non sono in grado di (ri)vedere film come Schindler’s List o La vita è bella, non me la sento di affrontare racconti di dolore, malattia, sopruso – e non c’è differenza tra fiction e documentario. Ho tre libri che ciclicamente rileggo: Cent’anni di solitudine, Tre uomini in barca e Se questo è un uomo. Oggi Levi occhieggia dalla libreria, ma io non riesco ad allungare la mano. E’ come una specie di insensata paura, di ansia, di struzzesca necessità di nascondere la testa sotto la sabbia.
    Eppure Dachau me lo sono andato a cercare. Ho voluto andarci. Di più: l’ho sentito, sapendo di essere in zona, come una specie di obbligo. Così come a Budapest ho voluto andare al museo dell’Olocausto e vedere gli oltre centomila nomi di vittime della più violenta e rapida deportazione che i nazisti abbiano messo in atto durante la guerra, e a Varsavia mi sono fatto portare all’unica sinagoga scampata alla devastazione della città. C’è qualcosa che non capisco, di me stesso: ma forse non si deve cercare di capire tutto.

    Dai campetti

    Filed under: — JE6 @ 11:25

    Non sono ancora arrivato a scrivere per la versione cartacea, e dubito che riuscirò mai a farlo. Intanto, siccome è un amico, Carlo Annese ha ospitato un altro pezzullo del titolare qui sul blog-della-rosea.
    Wittgenstein, Quasirete

    09/03/2007

    Gruesse aus Spitzingsee ’07 – 3. Ora pro nobis

    Filed under: — JE6 @ 23:07

    Nell’ora che divide la fine della giornata lavorativa dal ritrovo per la cena decido di affrontare il periplo del lago. E mi chiedo se c’è un motivo nascosto dietro al fatto che dopo cinquanta metri trovo il cartello di una stazione della Via Crucis.

    Gruesse aus Spitzingsee ’07 – 2. Che tempo che fa

    Filed under: — JE6 @ 23:05

    E’ la terza volta in quattro anni che veniamo da queste parti. Di solito trovavamo un metro di neve ai bordi della strada, e il lago tanto ghiacciato da permettere il parcheggio delle macchine quando i turisti diventavano troppi per le piazzole asfaltate.
    Quest’anno, invece, c’è giusto una spruzzata di neve, la lastra di ghiaccio è sottile e in alcune parti del lago le papere nuotano liberamente. Ognuno – danesi, tedeschi, inglesi, italiani, olandesi – ha aneddoti da raccontare sul global warming, ognuno parla della fine del mondo prossima ventura, ognuno scuote pensosamente la testa ricordando quando gli inverni erano inverni e le estati erano estati e c’erano ancora le mezze stagioni; tutto il mondo è paese, si dice.

    Gruesse aus Spitzingsee ’07 – 1. La quiete dopo la tempesta

    Filed under: — JE6 @ 22:57

    La vita è strana, o forse è solo – come dire – semplice. Così, due ore dopo Dachau, mi trovo a combattere il mal di testa con wurstel, strudel e birra guardando questo lago che ormai frequento da anni. Ed è strano sentire il silenzio della montagna bavarese e di un ristorante vuoto con l’unica eccezione della bellissima padrona, poco dopo aver sentito il silenzio della morte. Non so se in tutto questo c’è una lezione, o se la lezione sta nella sua mancanza. So che questo è quello che mi tocca, e che non ho nulla di cui lamentarmi: e poi, pare che la birra faccia passare il mal di testa – e allora, cosa voglio di più dalla vita?

    08/03/2007

    Dachau, una mattina di marzo

    Filed under: — JE6 @ 16:46

    F.,
    penso a te mentre attraverso il pesante cancello di ferro sul quale c’è la scritta Arbeit macht frei. E’ tedesco, che può essere una lingua magnifica come l’inglese che tu stai imparando, ma che in questo posto suonava spaventoso come il ringhio di un cane inferocito.
    Penso a te per un motivo che tu capirai tra molto tempo: il Male, quello con la maiuscola, è come i bambini. Nasce e cresce circondato da bellezza, da dolcezza, da tranquillità. E’ questo che lo rende più spaventoso e incomprensibile. E’ per questo che ogni tanto ti guardo, e ho paura.
    Hai ragione, non ti ho ancora detto dove sono. Scusami.
    Dachau. Si legge come si scrive, più o meno, con l’accento sulla prima a.
    E’ un paese non lontano da Monaco. Un paese come tanti, sai? Le case basse, i campi, i cavalli, le ditte di trasporti, Burger King. Ho visto le foto di settant’anni fa, e non era molto diverso: c’erano meno case, e Burger King non esisteva nemmeno in America. Ma, per il resto, non sembra essere cambiato molto.
    E’ un posto nel quale io e te e la mamma, nati e cresciuti in città, forse non ameremmo vivere: però ci piacerebbe passarci, fare una passeggiata, ammirare il colore dei prati e la pulizia delle facciate delle abitazioni. Perchè potremmo venire qui. E andarcene.
    Invece, tanti anni fa, qui arrivarono più di duecentomila persone (sono tante, molte più di quelle che tu riesci a immaginare), e tantissime di loro morirono qui; e quelle che ebbero la discutibile fortuna di poter tornare a casa, in fondo furono costrette a restare a Dachau per il resto della loro vita. Non avevano nessuna colpa, quelle persone. Eppure finirono qui, in questo posto che si chiama campo di concentramento, e che negli ultimi mesi della sua “vita” divenne un campo di sterminio.
    Oggi sono tornato a Dachau, F., perchè ogni tanto bisogna ricordarsi di cosa ognuno di noi è capace di fare. Sono tornato a vedere il cancello, quello di cui ti parlavo prima, e gli stracci con cui i prigionieri si dovevano vestire (oggi c’erano cinque o sei gradi, io stavo nel mio piumino e ogni tanto pensavo che faceva freschino perchè c’era un venticello tagliente che portava via le nubi), e i giacigli di legno dove questi uomini e queste donne dovevano dormire ammassati gli uni sugli altri, e i frustini e le torrette e il filo spinato. E i forni crematori, che sono una cosa che oggi non ti voglio spiegare, ma un giorno verremo qui insieme, io te e la mamma, e tu guarderai il camino, e le montagnette erbose che coprono le ceneri in cui sono state trasformate decine di migliaia di persone come noi, e poi guarderai i forni e ti verrà da piangere per l’incredulità e l’orrore. Forse ti capiterà quello che è successo a me questa mattina, e mentre starai in piedi di fronte ai quattro forni del Grande Crematorio vedrai il sole passare dalla porta alle tue spalle, e sentirai anche uno o due uccellini trillare nella primavera che arriva. Ti sembrerà tutto assurdo, e sentirai un grande vuoto. Sarà allora, forse, che avrai la possibilità di diventare grande, F., grande davvero: se riuscirai a riempire quel vuoto, allora ce l’avrai fatta. Io sono tuo papà, e oggi, per te, mi auguro solo questo.

    06/03/2007

    In partenza

    Filed under: — JE6 @ 14:24

    Da domani, il titolare qui sale sulla quattroruote e va a passare quattro giorni in terra di weissbier. Se non nevica (ma anche sì, in fondo) spero di riuscire a fermarmi un paio d’ore a Dachau, che è una di quelle cose che ogni tanto bisogna fare e rifare nella vita – come leggere i libri di Primo Levi. Poi, se qualcuno di voi è in giro a sciare nelle Alpi bavaresi, mi trova qui, impegnato a conversare amabilmente con una banda di simpatici alcoolisti nordeuropei lungo le rive di un lago solitamente ghiacciato. Prosit.

    W la foca

    Filed under: — JE6 @ 10:38

    A quanto pare, il global warming ingrifa le foche.
    Repubblica.it

    05/03/2007

    Roberto Calderoli

    Filed under: — JE6 @ 14:08

    Il progettista della Ferrari disegna la nuova monoposto. Poco prima che inizino i test invernali afferma che la vettura è inguardabile, va lentissima e che lui l’ha progettata a forza di salame Felino e Sangiovese. Dopo la prima gara fa pubblicare, a spese dell’azienda, un’inserzione sul Corriere della Sera del venerdì, chiamando a raccolta gli eventuali volenterosi colleghi che volessero aiutarlo mentre sta assiso al tecnigrafo. Poi passa in amministrazione, e si lamenta perchè è inaccettabile che lo stipendio sia stato accreditato con un giorno di ritardo. L’azienda non lo licenzia, e alcuni fan lo attendono davanti ai box del circuito di Montecarlo per chiedergli l’autografo.
    Wikipedia, La Stampa, La Padania

    Magari accendo un altro mutuo

    Filed under: — JE6 @ 09:02

    Highlander non l’ho mai visto – non è quel che si dice “il mio genere“. Ma sull’isola di Skye ci sono stato tre volte, la prima poco più di vent’anni fa, quando ero giovane e magro e Kyleakin non era ancora collegata alla terraferma dal ponte che attraversa la baia: è uno dei posti più belli di quella frazione di mondo che ho visitato in prima persona, adesso va all’asta e l’idea di sostituirmi a Hugh Magnus MacLeod of MacLeod, 29esimo conte del clan MacLeod mi solletica un po’.
    Imbd, Kyleakin.com, Repubblica.it