Io non sono un grande amante del “parlare terra-terra“, o del “parla-come-mangi“: considerate diverse discutibili abitudini alimentari che mi porto dietro – nonostante gli strenui sforzi di mia moglie -, quando parlo e soprattutto quando scrivo cerco di dare alle parole più cura di quanta non ne presto al mio colesterolo: e se i risultati – come molte centinaia di post pubblicati da queste parti testimoniano – non mostrano questa attenzione, il problema non sta nelle intenzioni, ma piuttosto nelle capacità.
Al tempo stesso, non sono nemmeno un salutista e/o un amante di quella cucina che ti porta in tavola microscopici quadri postmoderni composti da improbabili combinazioni di ingredienti normalmente introvabili: e infatti non sopporto i mille gerghi che infestano le nostre conversazioni e letture – la neolingua del marketing, il giornalese, il sindacalese, il continuate-voi-la-lista. E il papese.
Io credo che se il Papa potesse parlare come un umano molto spesso direbbe esattamente le cose che gli vengono attribuite nei titoli di giornale, e mi chiedo chi e/o cosa gli impedisce di farlo: penso che, con l’unica eccezione della schiera di esegeti papali, saremmo tutti contenti di capire il senso ultimo delle sue parole: che è ciò che capita con i bravi preti, in effetti.
Qui si sostiene che “Il punto è proprio che il papa non può “parlare come un umano”, e che conta non quel che gli passa per la testa mentre dice, ma proprio quel che dice, e quel che dice non è quel che dicono che dica“. Sarà: ma se a causa della (voluta?) oscurità delle sue parole, ognuno è poi in grado di mettere in bocca al Papa qualunque concetto, allora che non ci si lamenti dei fraintendimenti – ognuno è fabbro della sua sconfitta, e ognuno merita il suo destino.
Farfintadiesseresani, Angolotesti – Francesco De Gregori
PS – Ad esempio, quest’uomo – che a Milano siamo in tanti a ricordare con nostalgia, credenti e non – era ed è difficile fraintenderlo, o non capirlo. Chissà perchè.
Repubblica.it