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23/02/2004
Chi vede nero, chi si rompe, chi rimpiange l’Arcadia, chi legge solo fuffa.
Signori, un piacere: toglietemi dai bookmark.
Amici come prima, si intende; è solo che non vorrei continuare a darvi fastidio.
22/02/2004
O della tristezza del clone
Canti bene come lui, lo sai. Nessuna differenza. Te ne rendi conto tu stesso, nel momento in cui moduli la voce, che sale sale sale e poi rimane lì, a smuovere le budella di quelli che ti ascoltano.
Hai una gran voce, quasi non c’è bisogno che te lo dicano gli altri. Hai orecchio, esperienza, hai ascoltato milioni di dischi, sai riconoscere uno che sa cantare da dio. E tu, beh, non ci son dubbi, sei di quelli.
Eppure, hai quarant’anni, e provi due volte alla settimana là in cantina, ed una volta o due al mese ti capita, insieme agli altri quattro, di stare lì su un palco più piccolo di un mezzo monolocale, davanti a trenta persone e venti birre.
Lui, invece, l’altro, è quello che ha talento. Perchè non ha solo una voce che stacca le foglie dagli alberi e fa vedere tramonti in technicolor. Ha qualcos’altro, è capace di sentire la musica del mondo, e tradurla in note ed accordi e parole e brividi.
E tu, invece, con quella voce fantastica che hai, sei solo carta carbone.
Questo post è dedicato a Chettimar. Lui immaginerà il perchè.
21/02/2004
Se c’è una cosa che, ogni volta, mi lascia attonito nelle discussioni su blog e blogger(s), è il pensare ed il sostenere che il blogger sia e debba essere diverso e migliore dal resto degli umani.
Un esempio? Vittorio Zambardino scrive: C’è in troppe di quelle pagine un rifiuto dell’idea stessa di un diario discusso con gli altri e una proiezione di un falso sè, molto migliore della persona reale, almeno nelle pretese. Ogni tanto ci sono solide contraddizioni a questa enunciazione. Ma accidenti quanta noia, quanta fuffa. Leggendo non si sente una persona li’ dietro.
Perbacco. Viene da chiedersi come sono fatti gli umani non blogger che Zambardino frequenta. Tutta gente pane al pane e vino al vino, tutta gente che non fa promozione di se stessa, tutta gente che si fa vedere per ciò che realmente è, tutta gente di contenuto e sostanza? Andiamo.
Qualche sera fa, dopo le dovute presentazioni ed una birra o due, mi sono permesso di chiedere a Fabio come fossero i blogger, visti di persona. Non ho registrato la sua risposta, che era comunque vicina a “un significativo campione di umanità“.
Appunto. Nel bene e nel male, questi signori che si mettono alla tastiera a scribacchiare dei cazzi loro piuttosto che dei massimi sistemi, sono proprio persone comuni, di quelle che si incontrano in metropolitana e all’Esselunga. Ci sono i modesti ed i superbi, quelli che vale la pena ascoltare e quelli che percaritadidio, gli intelligenti e gli stupidi, e basta che con le coppie di opposti mi son stufato e spero che ci siamo capiti.
Insomma, Zambardino frequenta la lega degli uomini straordinari, e quindi scuote la testa e dice “quanta fuffa, signora mia“. Io vado al Bar Mario, e non mi stupisco di nulla; so che anche lì, sedute a quei tavolini unti, ci sono buone compagnie, e cerco di riconoscerle, di ascoltarle, di berci un caffè insieme.
Fuoridalcoro
20/02/2004
Per i fan(atici) del genere, magari ci si vede qui domani sera: Genesis-Gabriel Tribute Festival.
Di retorica ci nutriamo tutti. Le frasi fatte sono tali perchè ribadiscono alcune verità, che vengono più confermate che smentite dall’esperienza quotidiana.
Non ho quindi intenzione di mettermi a confutare i commenti al post che trovate qui sotto: “Io preferisco gli adulti che mantengono senza tante pose la spontaneità e lo stupore sereno dei bambini“, “I grandi non capiscono mai niente da soli e i bambini si stancano a spiegargli tutto ogni volta“, eccetera.
Sono frasi sagge, che hanno un fondo (e forse più) di verità.
Ma, mi scusino coloro che hanno avuto la gentilezza di postarle, a me suonano parole troppo Mulino Bianco per essere vere fino in fondo.
Mi gira per casa una bambina che compirà tre anni fra qualche giorno; vedo ogni sera che cosa significa ingenuità, stupore, pura allegria e pura tristezza. Al termine di certe giornate di lavoro, con il corpo stanco e l’anima messa forse persino peggio, provo invidia per la serenità di quella bimba, cerco – senza riuscirci – di rubargliene un po’.
Ma, con tutto questo, non vorrei scambiare ciò che sono io con ciò che è lei in questo momento. Ho una consapevolezza della vita che lei non ha, provo una complessità di sentimenti che lei non prova, ho dentro di me trentasette anni di vita che lei non ha. Non sono una persona migliore rispetto a lei, ma sono una persona più completa. Ed a questo si arriva con tutte le fatiche, i compromessi, le perdite di innocenza, le disillusioni, i cambiamenti che ci rendono adulti. Se così non fosse, resteremmo bambini ed andremmo all’asilo per tutta la vita. Per quanto mi riguarda, non è certo ciò che auguro a mia figlia.
Lo so, anche questa è retorica. Me la si perdonerà, spero.
19/02/2004
Reduce da un molto interessante benchè poco allegro scambio e-epistolare con una ex frequentatrice della blogpalla, mi imbatto, chez Buba, in questa citazione: “Quando il bambino era bambino, su niente aveva un’opinione. Non aveva abitudini. Sedeva spesso a gambe incrociate, e di colpo sgusciava via. Aveva un vortice tra i capelli, e non faceva facce da fotografo“.
Credo che alcuni – pochi, tanti, non so – potrebbero leggere in queste parole una sintetica ma efficace rappresentazione dell’evoluzione della blogpalla.
Mettiamola così: di tanto in tanto, mi commuovo nell’osservare i bambini, e provo persino una sorta d’invidia nei loro confronti. Ma, in tutta sincerità, preferisco essere – nel bene e nel male – un adulto, uno di quelli che fa facce da fotografo.
Buba
18/02/2004
Tutte le mattine passo di fronte al NPF, acronimo che sta per Nuovo Polo Fieristico di Milano.
Di giorno in giorno sembra sempre più grande, è qualcosa di enorme ed anche un po’ inquietante, vuoi perchè al momento se ne vede solo lo scheletro, vuoi perchè noi della zona ci ricordiamo bene la raffineria Agip che adornava la statale del Sempione, sul cui terreno (forse) bonificato cresce il NPF, vuoi perchè l’arredo urbano del circondario è sempre lo stesso, sfasciacarrozze, sterpaglie ed una simpatica puttana nigeriana.
Comunque. Non starò a disquisire sui vantaggi che la nuova collocazione della fiera porterà a Milano: credo che saranno compensati dagli svantaggi che affliggeranno altre decine di migliaia di cittadini che non sono milanesi per questione di due-tre chilometri.
Mi chiedo solo se questo gigante serve davvero, se abbiamo proprio bisogno di questa versione ventunesimo-secolo della vecchia Fiera Campionaria, quella dove andavamo da bambini a fare incetta di adesivi e poster, anche quelli dei bulloni prodotti in Brianza.
Non so; per lavoro mi capita di andare per fiere. E da nessuna parte trovo centri di queste insensate dimensioni. Earls Court a Londra, il Jacob Javits Center a New York, il Moscone Center di San Francisco, la Messe di Duesseldorf, tutti posti grandi, più o meno, come un palazzetto dello sport.
Belli, funzionali, ben organizzati, ben serviti da strade e mezzi pubblici. Nessun gigantismo, mirati a fiere specializzate, da girare in un giorno e non di più.
Noi, intanto, si sta alla finestra, ed in coda sul Sempione, a veder crescere Golia.
So, what do you do for a living?
PR for porn.
(Pause) Really?
Yes.
Does the porn industry really need PR?
Can you name me the last movie Jenna Jameson released?
No.
There’s your answer.
Daily Grind
17/02/2004
Sette di sera, nel reparto giocattoli di un qualsiasi centro commerciale.
Due uomini, di età compresa tra i trentacinque ed i quarant’anni, pendolano davanti allo scaffale dei peluches.
Il primo deve cercare Tippete, il secondo Pimpi. Sia l’uno che l’altro hanno solo una pallida idea della foggia, del colore e del genere animale dell’oggetto della loro ricerca.
Di fronte a loro si staglia una impressionante muraglia di nani, bianchenevi, hamtari, uinnidepu. Frugano nella memoria, alla ricerca di un dettaglio decisivo, che permetta di identificare con certezza Tippete l’uno, e Pimpi l’altro.
Un filo di sudore imperla la fronte del primo, le mani del secondo affondano nelle tasche del giubbotto, a nascondere il tremolio nervoso. A casa c’è qualcuno che aspetta, qualcuno che non perdonerebbe l’errore, qualcuno che darebbe in escandescenze per un coniglio (o era un maiale?) scambiato per un asino (o era un orso?).
I due si incrociano, si sfiorano, hanno – per un istante – la tentazione di fermarsi e confidarsi e cercare un conforto, o almeno uno che sappia che cazzo di faccia ha quel fottuto bastardo di Pimpi (o era Tippete?).
Ma resistono, vogliono farcela, frugano tra Eolo e Mammolo, nel caso che il ricercato sia nascosto in fondo allo scaffale.
Una voce metallica annuncia che tra cinque minuti il centro commerciale chiuderà, invita i signori clienti ad avvicinarsi all’uscita. Ecco, ce l’hanno fatta. Il primo non ha trovato Pimpi, il secondo non ha rintracciato Tippete. Ma entrambi hanno scampato il rischio di un acquisto sbagliato.
“Tesoro, ti assicuro, ce ne saranno stati duecento, di peluches; ma nemmeno l’ombra di Pimpi”.
“Coglione, dovevi cercare Tippete”.
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