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La vita non è quella che si è vissuta, ma quella che si ricorda e come la si ricorda per raccontarla.
(Gabriel Garcia Marquez)

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    23/05/2011

    “Averle perse tutte, le speranze, gli dette la stessa pace che averle tutte intatte”*

    Filed under: — JE6 @ 13:55

    Forse a qualcosa è servito abituarsi, essere caduti dalla padella dei quadri- e dei pentapartiti nella brace di quasi vent’anni di Berlusconi, berlusconidi e berlusconismi restando comunque vivi, è servito aver messo in fila Formentini, Albertini e Moratti (e Dalla Chiesa, Fumagalli, Ferrante) restando cittadini milanesi che votano confidando nel fatto che l’alternanza al governo non sia solo un’ipotesi di scuola. Perché c’è questa paura di prendere un’altra sberla, quella che arriva quando ti aspetti un sorriso e quindi fa molto più male, c’è questo guardare al clamoroso campionario di prese in giro e dietro-front e balle e cialtronerie assortite (le multe, l’Ecopass, la Zingaropoli, la più grande moschea del mondo mondiale verso l’infinito e oltre) dicendosi scuotendo la testa “sai cos’è? E’ che le daranno retta”, c’è questo impedirsi non tanto di essere contenti, ma di avere fiducia, c’è questo provare a non portarsi sfiga prevedendo il peggio, c’è tutto questo che ci fa stare così: sereni.
    * Riccardo Bacchelli, dice Wikiquote.

    22/05/2011

    Stanze di vita quotidiana

    Filed under: — JE6 @ 13:56

    Il padrone di casa porta in cucina un vassoio carico di posate e piatti sporchi, e lo mette nel lavello. E’ tardi, per lavare tutto ci sarà  tempo domani. Torna fuori, e mentre sta per fare un secondo carico di stoviglie si ferma a guardare il grande prato che fino a un’ora prima era pieno di gente. Come in un flash-back di un film lo rivede, se lo figura come una grande casa all’aperto, là l’ingresso, più avanti l’enorme sala da pranzo, il luogo dove tutti si riuniscono e mangiano e bevono, il posto dove stanno tutti insieme. Il bagno, con l’andirivieni di mani da lavare e trucchi da rifare. Più in là le stanze, una per ogni gruppo, una per ogni capannello, dove ci sono i simpatici e dove ci sono i seriosi, qualcuna con la porta spalancata, qualche altra con la porta socchiusa, vede quelli che camminano nei corridoi, entrano in una stanza e subito ne escono perchè non sanno né cosa si dice né come lo si dice, quelli che sono a disagio sempre e comunque e quelli che sanno capire tutto con un’occhiata. Il padrone di casa rivede i brindisi, rivede quelli che volenti o nolenti raccolgono le confidenze di tutti e le cose proprie possono e devono tenerle per sé, il sole a picco, le carte delle confezioni dei regali, i saluti di circostanza, ciao, alla prossima, e quelli speciali, quelli con le labbra che si fermano sulla guancia una frazione di secondo in più e la mano si appoggia leggera alla nuca, cerca di stare bene, anche tu, sì. Il padrone di casa si sente toccare sulla spalla, a cosa stai pensando, a nulla, dai finiamo di mettere a posto e andiamo a dormire, mette la mano in tasca, guarda il telefono, trova un messaggio che dice semplicemente grazie, sì adesso porto dentro quei due vassoi e vengo a letto.

    20/05/2011

    Avere un’idea

    Filed under: — JE6 @ 09:00

    A volte non riesco a trattenermi, e mi sento mentre dico “tu non hai idea”. Regolarmente, la faccia di chi mi ascolta prova ad esprimere con gentilezza uno tra questi due concetti: “a dire il vero sì, ce l’ho l’idea”, “no, non ho idea e sinceramente non ci tengo nemmeno ad averla” – il che, in effetti, aiuta molto a non eccedere in autostima.

    19/05/2011

    Belle di notte

    Filed under: — JE6 @ 23:10

    Siamo seduti ai tavoli tondi da otto, i tre bicchieri, le bottiglie giuste, scambiamo i convenevoli di queste serate mondane di lavoro – “eventi”, le chiamano: come delle epifanie. La premiazione inizia, le targhe, la musica, i baci gli abbracci e i complimenti, applausi, brava, splendido lavoro, anche la vostra campagna meritava. Guardo la gente, penso che diverse di queste persone le ho viste solamente in queste occasioni, cerco di immaginare le ragazze in maglietta e jeans, gli uomini con un paio di All Star sdrucite, chissà come sono fuori di qui dove anche la singola piega del pantalone stone washed è studiata, il polsino slacciato ad arte, i centimetri della scollatura valutati con occhio iper- e autocritico, chissà come sono, come siamo tutti fuori di qui, fuori dalla nostra vita reale.

    18/05/2011

    Il muro chiaro

    Filed under: — JE6 @ 18:45

    Io volevo solo farmi fare una fotografia. Andavamo piano e mio figlio ha chiesto è questa la via, sei sicuro, e io gli ho risposto sì, sì è questa, sono passati più di cinquant’anni ma non è cambiata, vai avanti verso il centro. Poi ho visto il muro di cinta, è ancora chiaro come nel 1952, allora gli ho detto mi sa che è questa ed ero un po’ emozionato, avevo paura di sbagliarmi, invece lui ha guardato bene, ha fermato la macchina e ha detto sì, è questa, dai scendiamo che ti faccio una foto, mettiti lì vicino all’ingresso dove c’è il simbolo del reggimento e così ho fatto, ma poi i ragazzi del corpo di guardia mi hanno chiesto chi ero e io gli ho detto chi ero, gli ho detto che avevo passato lì dentro sei anni della mia vita, forse hanno capito dalla faccia che erano stati sei anni felici e allora hanno detto venite dentro, io non volevo disturbare ma al tempo stesso quello era il mio sogno, ho ottant’anni e mi sentivo come un bambino, quei ragazzi mi stavano facendo un regalo e allora ho risposto non vogliamo dare fastidio ma intanto ero già dentro e giravo la testa e dicevo a mio figlio io dormivo lì, al primo piano, e il piazzale non era asfaltato, lì c’era la mensa, là dietro i carri armati e le autoblindo, le motociclette sulle quali io e i miei compagni passavamo sedici ore al giorno invece stavano in quel deposito sulla sinistra, ma questa palazzina non c’era – e il nostro accompagnatore si è messo a ridere e ha detto beh, sa, sono passati più di cinquant’anni, non è che posso offrirvi un caffè? e io ho risposto no, davvero, non vogliamo disturbare, lei è già stato tanto gentile, continuavo a guardarmi intorno ed ero contento, contento proprio, contento fino in fondo, siamo usciti salutando questi ragazzi nella loro mimetica blu e io guardandoli mi sono detto madonna quanto sono belli, chissà se lo eravamo anche noi, ero così contento che stavamo andando via dimenticandoci di fare quella fotografia, allora mio figlio mi ha detto dai papà, lì, nell’angolo vicino al simbolo del reggimento e in quel momento preciso mentre lui stava mettendo a fuoco ho pensato che forse questo è stato l’ultimo viaggio che ho fatto, che qui non tornerò mai più e ho sentito male, un male velocissimo e intenso, ma è stata questione di un istante, ho sorriso, il flash è scattato, ho riguardato quel muro chiaro e i ragazzi che mi salutavano, e siamo ripartiti.

    (Non so come si chiamava quel carabiniere che ci ha fatti entrare, aveva il nome sulla mimetica ma non l’ho memorizzato. So che il regalo a mio papà lo ha fatto lui sorridendogli e dicendogli “venga dentro”, l’ho ringraziato in quel pomeriggio di una domenica di maggio, lo faccio qui, a modo mio, come posso)

    17/05/2011

    Greetings from Sestri (Ponente) – La gente, nel corso

    Filed under: — JE6 @ 20:49

    Il lavoro a volte è quella cosa che ti fa prendere un appuntamento al mattino a Francoforte, salire su un aereo, atterrare a Malpensa e invece che tornare a casa ti fa andare a Sestri Ponente alle cinque di un pomeriggio di maggio. Quando finisco la visita percorro un viale pedonale, pieno di gente, gente che mangia il gelato, gente che parla seduta sulle panchine di una piazzetta che porta il fantastico nome di Cave di Seltz, gente che fa la spesa, gente che beve l’aperitivo. Ieri sera, nel bel mezzo di Paulsplatz ho chiuso gli occhi e tenuto il respiro e anche se erano solo le otto di sera si sentiva solo una specie di brusio primordiale, parente prossimo dello zero Kelvin del silenzio, ed era perfetto così. E per qualche ragione che non riesco bene a definire è perfetto anche questo casino genovese, con i panni stesi sopra l’ingresso del Bar Maestrale e l’uomo alla finestra del Sampdoria Club di piazza Baracca che guarda nel nulla mentre dal panificio sale profumo di focaccia e le auto cercano parcheggio, e sembra estate.

    State attenti

    Filed under: — JE6 @ 14:29

    Mi raccomando, state attenti, sappiate che se venite a Milano (preferibilmente in treno, o aereo) una persona su due con cui avete a che fare è amica e fiancheggiatrice dei terroristi – un po’ come stare sui monti afghani, insomma.

    16/05/2011

    Gruesse aus Frankfurt – Lucchetti

    Filed under: — JE6 @ 22:51

    Passo sull’Eiserner Steg, uno dei ponti che collegano le due rive del Meno, quello sormontato da una grande scritta in greco che riporta il primo versetto dell’Iliade, guardo le decine di runner che fanno jogging, i canottieri che remano al ritmo dell’hop del capobarca, lo strano skyline di questa città che mette insieme il duomo del 1300 e i grattacieli del quartiere finanziario, il rosso dei mattoni medievali e i riflessi delle vetrate del Duemila. Un gruppo di giapponesi ride cercando di schiacciare col piede una lattina vuota di birra. Guardo i tanti lucchetti agganciati alle pareti metalliche del ponte, mi torna in mente la sera in cui un bengalese guardò me e Carlo che camminavamo su Ponte Milvio con la nostra birra in mano e ci chiese se volevamo comprare un lucchetto, mi chiedo che significato hanno i lucchetti tedeschi, se Francoforte ha il suo Moccia, se davvero tutto il mondo è paese.

    Gruesse aus Frankfurt – Lontano (la vita degli altri)

    Filed under: — JE6 @ 22:40

    E’ una sera strana, quella che passo a settecento chilometri da casa mentre a Milano procede il conteggio dei voti. Strana perché è come se le cose importanti succedessero da un’altra parte, è come passeggiare al parco e tenere la radiolina incollata all’orecchio in attesa di un gol immaginandosi il cross dalla tre quarti e lo stacco di testa del centravanti che invece viene visto da ottantamila persone sedute sugli spalti dello stadio, sto davanti al grande simbolo dell’Euro in Willy-Brandt Platz e penso che forse sta succedendo una cosa importante e io non ci sono – a volte capita di pensare che la vita degli altri sia non migliore, ma più piena, interessante, “viva”, e stasera è una di quelle.

    Le imperfezioni del clima

    Filed under: — JE6 @ 08:40

    Era la prima estate che passava a Milano. Era arrivato qualche mese prima, quando l’inverno che temeva si era ormai ammorbidito e la primavera gli aveva regalato l’impressione che quel posto non fosse la bruttura che gli avevano descritto e che si era convinto di trovare. Aveva in tasca un contratto, la famosa occasione alla quale non si può dire di no, ma che lui avrebbe rifiutato senza farsi troppi problemi se non si fosse accorto che i motivi che lo avrebbero tenuto nella città dove aveva trascorso gli ultimi undici anni valevano solo per lui: e questo non era abbastanza. Gli mancavano il caldo secco, il sole abbacinante che gli faceva chiudere gli occhi mentre risaliva i colli, il vento leggero e fresco del tardo pomeriggio, il fiume, l’azzurro inevitabile di certi giorni di gennaio. Ma si scoprì a gustare le imperfezioni del clima, in particolare quella invisibile coperta di umidità che lo faceva svegliare già sudato e lo accompagnava durante tutta la giornata, perché aveva la fortuna di fare un lavoro che raramente lo costringeva alla scrivania dell’ufficio: quel che gli piaceva era sentirsi sfinito e appiccicoso, spogliarsi, e sentire l’acqua della doccia cadergli addosso e pulirlo – era quel minuto, che si ripeteva magari due o tre volte durante il giorno, quel minuto valeva qualsiasi fatica, valeva la pena di stare in quella città non sua, che non gli dava un motivo per restare e nemmeno uno per andarsene. Ogni volta, alla fine di quella doccia che sognava e gustava come se fosse la cosa più preziosa del mondo, si trovava a pensare che in fondo, almeno per un po’, una ragione per vivere a Milano ce l’aveva: era fare il giro delle stagioni, vederle arrivare e passare e scoprirle. Quel giro lo aveva osservato per undici anni, là sui colli e in riva al fiume. Poi le cose, restando identiche, erano cambiate e ora lo affrontava da solo: chissà che colori avrebbe avuto il parco Sempione, a fine settembre.