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La vita non è quella che si è vissuta, ma quella che si ricorda e come la si ricorda per raccontarla.
(Gabriel Garcia Marquez)

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    13/05/2011

    Buchi

    Filed under: — JE6 @ 15:26

    Mi succede ogni volta che entro in libreria, la Fahrenheit di Campo de’ Fiori con un amico che mi racconta del proprietario e della sorella e le foto in bianco e nero appese ai muri o la Feltrinelli di Carpi – e figurati se non mi succede qui alla Fiera del Libro, sentirmi sommerso dalla mia ignoranza, realizzare quanti classici non ho letto, quanti argomenti mi sono ignoti, quante biografie e altri libri imprescindibili mi mancano. E’ che, forse, semplicemente non può essere che così, non si può che essere ignoranti, non sapere perché c’è così tanto da sapere; e però provare a esserlo un po’ meno, a non bullarsi delle proprie mancanze – certo che si può vivere bene senza aver letto Cechov o Puzo, ma se li leggi forse vivi meglio, si può essere non banali pur con mille buchi nella propria cultura e formazione perché si prova (e magari si ha la fortuna di esserlo di natura) a non essere piatti nelle proprie giornate. Si prova, che è già qualcosa.

    12/05/2011

    The oyster is my world

    Filed under: — JE6 @ 13:28

    Io faccio un lavoro che, spesso, guarda alle persone come insiemi. Insiemi di persone, si intende. Target, si chiamano. Il target delle donne che lavorano, il target degli altospendenti che amano lo sport, il target dei sostenitori di cause benefiche. Potrei andare avanti per un paio d’ore. A volte mi capita di parlare di questa cosa con amici, con qualcuno che “non è del giro”; nove volte su dieci, se appena appena questo qualcuno capisce – anche vagamente – di cosa sto parlando, reagisce con qualcosa che suona come “ma dai, ma ognuno è diverso dall’altro, guarda noi due, a tutti e due piace [inserire nome di scrittore o gruppo musicale a piacimento] eppure quanto siamo diversi“. E io ogni volta provo a spiegare che sì, lo so, siamo diversi. Ma alla fine abbiamo – volenti o nolenti – molte più cose che ci accomunano di quante non ci rendono diversi, in barba al nostro crederci isole nell’oceano della solitudine: usi, costumi, tradizioni, programmi televisivi, luoghi dove beviamo l’aperitivo, squadre di calcio per le quali tifiamo, regioni dove andiamo in vacanza, e così via. Poi aggiungo che tutti – tutti – facciamo l’errore di considerare il nostro microcosmo come rappresentativo dell’universo mondo, e butto lì la domandina “quanti numeri hai in memoria nel telefono? quanti indirizzi hai nella tua rubrica di posta elettronica?” e tutti – io per primo, eh – si rendono conto che ommadonna, e io che pensavo di conoscere un sacco di gente, e poi invece arrivo a, boh, due-trecento, e di questi ne sento forse venti o trenta, poi quando ci troviamo con i colleghi a bere il caffè e si parla, ad esempio, di politica me ne vengo fuori a dire mah, da quel che sento in giro [inserire pronostico a caso] e quel che ho sentito in giro alla fine è quel che pensa il vicino di casa con il quale percorro il pezzo di strada dal portone alla fermata della metropolitana – tutto questo per dire che ho imparato da un pezzo a non fidarmi mai delle opinioni della gente, a non basarci mai sopra una mia opinione, a non sentirmi svilito nell’essere considerato uno dei tanti, a pensare che i sondaggi – quelli del PresDelCons come quelli di una banca o di un produttore di automobili – sono di solito molto più affidabili della mia percezione del mondo.

    11/05/2011

    Io, tu e Letizia

    Filed under: — JE6 @ 18:40

    Caro lettore, se abiti e voti a Milano, ecco. Domenica andiamo a votare per eleggere il nostro sindaco. Io voterò Giuliano Pisapia, pur avendo preferito Stefano Boeri alle primarie del centrosinistra. E se tu voterai Letizia Moratti, beh, significa che tra me e te di distanza ce n’è. Un po’ troppa, mi sa.

    Il lenzuolo

    Filed under: — JE6 @ 09:18

    Davanti al grattacielo bianco ci sono due alberi sottili. Oggi c’è un telo bianco steso, attaccato ai due tronchi stretti, come un quadro appeso a un muro. Sembra un lenzuolo. Qualcuno ci ha scritto sopra, usando una bomboletta spray, una di quelle da graffiti sui muri. “Ho solo tre parole da dirti, senza te muoio”. In mezzo ci sono dei puntini di sospensione, e in fondo un punto esclamativo. E’ facile vedere un ragazzo, un sedicenne accompagnato dagli amici che lo aiutano prima a tenere il lenzuolo ben tirato mentre lui ci scrive sopra e poi ad agganciarlo come un’amaca, ma lei dove abita, lì al sesto, ma sei sicuro che questo è il lato giusto, sì sono sicuro. Per un momento mi piace però immaginare che quel telo lo abbia portato un uomo, un adulto che torna a casa nel suo elegante vestito da ufficio, il nodo della cravatta ancora ben stretto, un uomo che apre la porta, appoggia la borsa di cuoio sul pavimento, accarezza il gatto che dormicchia sul divano, si toglie la giacca, riscalda nel microonde una confezione di quattrosaltinpadella, un uomo che apre l’armadio e cerca un lenzuolo vecchio ma non troppo, apre la borsa di cuoio e ne tira fuori la bomboletta che è andato a comprare in un negozio di fai da te durante la pausa pranzo, si siede sul divano cercando di non disturbare il gatto, guarda un film e un paio di telegiornali, e quando è l’una prende il lenzuolo, lo piega per bene, esce di casa, sale in macchina, guida mezz’ora e arriva di fronte al grattacielo bianco e compie questo gesto stupido, ridicolo agli occhi di chiunque tranne che ai suoi. Mi piace immaginare anche che pure agli occhi di lei quel gesto non sia ridicolo, non lo sia troppo, che la mattina dopo, uscendo di casa per andare in ufficio, rallenti il passo per la sorpresa e accenni un sorriso. Sulla stradina che costeggia il grattacielo e i due alberi passa un gruppo di cinque ragazzi, avranno sedici o diciassette anni, stanno andando a scuola, magari uno di loro è l’innamorato del lenzuolo.

    10/05/2011

    Sono ragazzi

    Filed under: — JE6 @ 17:36

    Dice Adriano Galliani che non bisogna dimenticare che i calciatori son pur sempre dei ragazzi. Ora, a parte il fatto che Gennaro Gattuso ha passato i trentatré anni, stavo pensando che rispetto ai miei tempi la paghetta mensile è cresciuta di un bel po’.

    No, è che davvero, trovare qualcuno che sa vincere con un minimo di stile ormai – forse nel cricket, o nel curling, non so.

    09/05/2011

    Greetings from Trieste – Dall’alto dei colli e dentro le luci

    Filed under: — JE6 @ 08:44

    Quando una curva della strada che scende da Opicina ci mostra il mare e il porto sento papà mormorare “La mia città” – e quello sarà uno dei due momenti (l’altro quando un carabiniere in mimetica blu gli aprirà il portone del reggimento di Gorizia e gli regalerà un quarto d’ora nella caserma dove entrò ragazzo nel 1952) nei quali saprò che siamo qui per un buon motivo. E’ bello guardare le città dall’alto, ne vedi il perimetro, le forme, le linee, un po’ come vorremmo ogni tanto fare nella vita, tirarci fuori e osservare da un altro punto di vista le nostre stesse cose. Poi scendiamo. Mi piace Trieste, questo suo sembrarmi una città austriaca con le macchie di un passato lontano – gli ori della chiesa greco-ortodossa, i nomi slavi, la cupola della chiesa serba con le scritte in cirillico – e il suono allegro del dialetto, il ragazzo nero che telefona seduto ai piedi del monumento ai bersaglieri mentre le due sartine di bronzo che cuciono la bandiera italiana lo guardano. E’ più bella oggi, dice papà, lui che in sella alla sua Guzzi arrivò in questa piazza magnifica il giorno che Trieste tornò a essere italiana, e sono silenziosamente orgoglioso di lui perché non si lascia vincere dalla nostalgia dei tempi che furono, della sua gioventù, non si lascia schiaffeggiare dal non ritrovare uno spiazzo o un bar, dal non rivedere se stesso e quel manipolo di giovani con i quali guardava attonito i cannoni jugoslavi puntati verso l’Italia, con i quali correva per ore e ore lungo le strade del Carso. La sera, mentre guardiamo i fuochi d’artificio che illuminano i moli e la grande nave da crociera, ripenso a quella frase – “La mia città” -, l’ha detta seriamente anche se qui ha passato uno solo dei suoi ottantuno anni di vita; e stando qui, dentro le luci, nel casino organizzato dei caffé storici, dei turisti che passeggiano e degli indigeni che si ritrovano, stando dentro a quel perimetro, a quelle forme e linee che perdono il loro senso geometrico ma acquistano il confuso e indispensabile passo delle cose di tutti i giorni, stando qui sono contento per lui, lui che pensa di aver ricevuto un regalo con questi due giorni all’ombra di San Giusto e invece il regalo lo sta facendo, e lo fa nel modo migliore, più bello: senza saperlo. Sentiamo l’ultimo botto, in cielo si apre un’enorme palla colorata, la ruota del microscopico luna-park montato sulla Riva riprende a girare.

    05/05/2011

    Greetings from Treviso – Sembra venerdì

    Filed under: — JE6 @ 23:05

    Una cosa che capita, viaggiando spesso, è quella di mettere insieme le immagini che ti rimangono nella retina come a fare un puzzle. Quasi ogni posto che vai diventa un “sembra”. Treviso, non so perché, mi sembra Norimberga – devono essere i ponti sui canali, i portici che costeggiano l’acqua, non lo so. A Treviso ero stato tanti anni fa, insieme a un collega di Garbagnate che mi portò a fare il giro delle ombre, lo stesso che ho fatto stasera – due euro in un bar, due euro nell’osteria a venti metri di distanza, Prosecco spumante oppure bianco fermo. E’ bella come allora, e stasera c’è quest’aria di vacanza, caldo ma non caldissimo, fresco ma non freddo, il silenzio ovattato che urla nelle orecchie di un milanese in trasferta, l’acqua del Sile che scorre sotto i ponti, due mulini restaurati, le mani in tasca, una ragazza bionda e altissima, con la gonna che finisce due dita sopra il ginocchio, entra in un locale salutando come fa solo chi è di casa, un gruppo di amici fa footing intorno alle mura. Sembra venerdì.

    La donna del lunedì

    Filed under: — JE6 @ 11:02

    Io ti vedo, nei panni del bravo avvocato – anche se per me sarai sempre l’infermiera dagli occhi scuri di diecimila lunedì fa. E in fondo tutto quello che spero è di non vederti mai “uscire da un tombino parlando come Dan Peterson“.
    [Per la citazione si ringrazia calorosamente Guia Soncini, pagina 114 del settecentoquarantesimo numero di D]

    04/05/2011

    My own private America

    Filed under: — JE6 @ 09:12

    La prima volta che sono andato in America era il 1996, ad Atlanta. Ricordo che provai una sensazione strana, che si è presentata ogni volta che ci sono tornato – un’altra dozzina: non ero stupito di ciò che vedevo, perché mi pareva di conoscere già tutto. I grattacieli, le macchine della polizia, le bottiglierie, i mall, le autostrade a dieci corsie. Cento libri, mille film, diecimila telefilm: l’America era esattamente quella che conoscevo, non lasciava spazio all’immaginazione. Poi, per i casi della vita, conobbi gli americani. Lavorai per quattro anni per un’azienda di Seattle, poi cambiai lavoro ed ebbi ugualmente a che fare con loro: alcuni erano clienti, altri erano fornitori, qualcuno diventò persino amico. Ci andai insieme allo stadio, di qualcuno conobbi la moglie e i figli, ci parlai insieme di politica e della vita di tutti i giorni. Mi capita ancora oggi. Non ho la superbia di dire che conosco gli americani, ho un campione statistico insignificante per permettermi di giudicare trecento milioni di persone. So solo che, scavando solo un po’, si scopre che gli americani siamo noi, perché uno ha i nonni norvegesi, l’altra è mezza polacca e mezza francese, questo è nipote di italiani e quello è guatemalteco e quell’altro è coreano. So solo che, rispetto a noi quarantenni europei, sono loro ad aver toccato con mano il sangue e la guerra – il nonno in Corea nel 1952, lo zio in Vietnam nel 1966, il fratello maggiore in Iraq nel 1991, il compagno di college in Afghanistan nel 2008. So solo che tutti pensiamo di sapere chi sono gli americani, e ce la prendiamo quando ci chiamano pizza mafia e mandolino.

    03/05/2011

    Settemila caffè

    Filed under: — JE6 @ 12:45

    Qualche settimana fa, provando a spiegare il lavoro mio e dei miei colleghi a qualche decina di laureandi, ho pensato bene di impartirgli la più banale delle lezioncine dicendogli che per fare questo mestiere (e, immagino, la gran parte di tutti gli altri) bisogna “saper accettare la sconfitta“. Saper incassare il no di un cliente – o la sua insoddisfazione -, saper riprendere in mano un progetto sul quale stai lavorando da un anno con due aziende diverse e ripartire per la quarta volta da zero, saper fare la prima telefonata e poi la seconda e poi la terza e spuntare i nomi sul foglio in attesa di una risposta positiva, saper leggere un articolo di legge che ti dice “no, così non si può fare” e non scagliare il codice contro il primo muro a portata di lancio, sapersi presentare a un appuntamento sentendosi dire “scusami, mi ero dimenticato, sto uscendo per andare a fare una visita medica, quando torni a Roma?” senza sibilare il più velenoso degli insulti che ti viene alla bocca. Bisogna insomma essere capaci di alzarsi dalla scrivania e decomprimere e bere l’ennesimo caffè della mattina (“te lo porto?”, “no, grazie, vengo io alla macchina”, “quanti ne hai bevuti stamattina?”, “sei”, “ma non è ancora mezzogiorno”, “eh”), sedersi nuovamente e riprendere, aspettando con pazienza, come il centravanti che non riesce a segnare per nove partite consecutive, fino a quando un rimpallo gli colpisce la tibia e torna a fare gol. Ecco, io a quei ragazzi gliele ho dette queste cose: adesso se voi volete spiegarmi come si fa, insomma, vi sarei riconoscente, davvero.